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Lady Gaga e l’arte contemporanea

Ok, avete letto il titolo e strabuzzato gli occhi: che cosa potrebbe far accostare il nome della popolare popstar americana con il concetto di arte contemporanea?

In realtà, il collegamento è più diretto di quanto potrebbe apparire a prima vista. E non mi riferisco ai commenti di fan sfegatati che (a torto o a ragione) tendono a considerare i suoi video e le sue esibizioni come delle vere e proprie opere d’arte; penso invece a vere e proprie collaborazioni che in questi ultimi anni hanno fatto in modo che il nome dell’italo-americana più nota del momento fosse direttamente coinvolto in incontri di alto livello con la movimentata scena dell’arte contemporanea.

E’ possibile persino identificare la data in cui tutto ebbe inizio. Il 14 novembre 2009 si festeggia a Los Angeles il trentesimo anniversario del MoCA, e Lady Gaga partecipa ad una performance di Francesco Vezzoli: lei canta davanti a un pianoforte rosa addobbato da farfalle blu con un capello disegnato da Frank Gehry, lui ricama in un curioso vestito-mascherato, attorno a loro danzano i ballerini del Bolshoi.

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Tralasciando, per amore della nostra vista, il celebre vestito di carne indossato agli MTV Awards del 2010 e successivamente esposto al National Museum of Women in the Arts di Washington, segnaliamo una costante collaborazione con la celeberrima Marina Abramovich, concretizzatasi sia in performance di lettura di durata infinita che in una curiosa tre-giorni-nei-boschi tra occhi bendati, urla monotone, nudità campestri nella “ricerca di un equilibrio psicofisico da cui troppo spesso ci allontaniamo” (oggettivamente il bah! è dietro l’angolo)

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L’ultima trovata – o l’ultima performance, mettetela un po’ come vi pare – è recentissima ed è stata ospitata fino al 17 febbraio al Louvre (al Louvre!) di Parigi: la popstar reinterpretava pose e situazioni celebri della storia della pittura nei video ritratti di Bob Wilson, già noto come estremo sperimentatore teatrale e vincitore di Leone d’Oro alla Biennale di Venezia per una installazione scultorea nel 1993. Ecco dunque Lady Gaga “Marat”, riversa nella vasca come il rivoluzionario ritratto da Jacques-Luois David, o in versione Ingres (Mademoiselle Caroline Riviere”) e Solario (“Salomè”).

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Una volta si lasciava “ai posteri l’ardua sentenza”. Noi ci appelliamo ai critici e magari persino ai fan, perché se è vero che queste operazioni profumano inevitabilmente di commerciale, è altrettanto certo che avvicinino – seppur indelicatamente – l’arte ai più, e che vadano dunque valutate in tutti i loro effetti.

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