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Recensione film IDA di Pawel Pawlikowski

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Ida è giovane, bella, e non conosce la vita, il mondo, nessuno al di fuori del convento in cui è cresciuta. Ida è poco più che adolescente quando decide di prendere i voti. La madre superiora però, prima che la ragazza compia un così grande passo, ritiene sia il caso che incontri l’unica parente ancora in vita: la zia Wanda, donna che ha scelto di rimanere nell’ombra. Un giorno la novizia si fa forza e si presenta a casa della misteriosa zia. Scoprirà un giudice rigido, una donna concreta, una gran fumatrice e bevitrice con un cuore inaridito dagli eventi. Con un cipiglio poco amorevole, Wanda metterà Ida difronte a sé stessa, con pochi convenevoli le mostrerà la semplice, nuda e cruda realtà. Ida, senza scomporsi, deciderà di scoprire tutto sulla sua famiglia, istintivamente sapendo che solo in tal modo potrà vivere in pace con sé stessa.

Inizia così un film che è un quieto ma glaciale on the road di due donne attraverso un Paese sotto scacco del Comunismo. L’opera di Pawel Pawlikowski è ambientata, infatti, nella Polonia degli anni ’60 ed ha come protagoniste due figure femminili forti e deboli allo stesso tempo. Con cinque attori, un’auto d’epoca, vaste campagne a disposizione, e con il supporto di un avvolgente e impietoso bianco e nero, il regista confeziona un racconto che narra una storia intensa, straziante, dolorosa, reale, avvincente e carica di umanità, in soli 80 minuti di durata complessiva.

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“Ida” è un piccolo gioiello inatteso, ci mostra la crescita di un essere umano all’ombra della grande Madre Russia, che si può vedere come un racconto di tristi epoche andate e/o come una strana e senza tempo evoluzione di una giovane. “Ida” è, infatti, un film che con disarmante semplicità si trasforma in un efficace racconto di vita: mostra una vera prova di resistenza (alla vita), immortala il momento di svolta (nella vita), induce a riflettere su passato, presente e futuro.

Con quelle immagini irrigidite dall’assenza di colore, che riflettono l’austerità dell’epoca e amplificano il rigore e i limiti dei personaggi, senza sconti, senza possibilità d’alleggerire le nostre coscienze, seguiamo le due donne attraverso le campagne, con curiosità nonostante sin dall’inizio sappiamo che non vi sarà un happy ending. Quello che invece ci coglie di sorpresa è l’estrema dignità e coerenza dei personaggi. Il regista, infatti, sceglie di chiudere il cerchio con toni tanto pacati, dolci e poetici quanto tremendi e asciutti agli occhi di noi mediterranei. Nessun melodramma, nessuna tragedia, nessuno strazio urlato solo una storia molto comune, vera e tremendamente triste, di dignità e forte determinazione a essere gli artefici della propria esistenza.

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Con un sottofondo musicale perfetto e a tratti malinconico, con un bianco e nero che ci salva dalla sofferenza, con inquadrature magistrali, con poche parole mirate ed efficaci, “Ida” si candida a miglior film d’autore di questo primo trimestre 2014. Voto: 7. Non vederlo sarebbe un vero peccato.

Vissia Menza

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