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Il FILM Maldamore e quella voglia di essere una rom-com

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Un fratello e una sorella sono a cena con i rispettivi compagni, è una sera di festeggiamenti, una delle tante che normalmente si chiudono con la classica sigaretta tra uomini in balcone se non fosse che, per coincidenza (e per imperdonabile dimenticanza), in pochi minuti si trasforma nella peggiore delle serate con sorpresa: in diretta interfono, le rispettive dolci metà scoprono  un’amara verità!

Et voilà, la crisi è servita. Due coppie che scoppiano per una frase dal contenuto esplosivo detta nel momento sbagliato. E, subito, veniamo assaliti dal fastidioso timore che domani possa accadere anche a noi o, peggio, che cassetti della memoria impolverati vengano riaperti lasciando riaffiorare vecchi, fastidiosi, ricordi costantemente letali per l’autostima. In un caso o nell’altro, che s’appartenga al gruppo dei traditi o dei traditori, tutti ci ritroviamo dentro quello schermo, in compagnia dei protagonisti, intenti a capire se alla fine siamo (o siamo stati) normali, umani, giustificati o giustificabili.

Maldamore_Ranieri-Boni © Francesca Fago
© Francesca Fago

L’amore, il tradimento, lo smarrimento, il senso di colpa e le bugie pietose, la gelosia, la paura della solitudine, tutti dilemmi comuni che fanno da sfondo alla storia scritta dal regista Angelo Longoni e da Massimo Sgorbani, una commedia romantica, l’ennesima (!), che arriva in sala dopo la scorpacciata natalizia, quella dell’Epifania e di cambio mese. “Malamore” vorrebbe conquistarci con la sua trama accattivante, reale, e curiosa. L’idea sarebbe buona, i toni leggeri ma non sboccati potrebbero farci ridere su amore, passione, segreti e riappacificazioni, ma ci sono troppe  cose che non ci convincono.

La storia di due coppie normali che affrontano la vita, la ripetitiva e monotona quotidianità e l’affievolimento dell’iniziale passione, è un argomento che fa breccia nel lato di marzapane del nostro animo, ma l’ambientazione e le inquadrature da sceneggiato, i soliti stereotipi e un cast rigido, spesso sopra le righe, ci hanno reso tristi: un soggetto potenzialmente buono si è volatilizzato e probabilmente la pellicola verrà dimenticata in fretta.

Maldamore_Zingaretti-Angiolini © Francesca Fago
© Francesca Fago

Perché il nostro cinema spesso scivola quando s’addentra nel misterioso mondo della commedia sentimentale? Che sia quell’immancabile vena triste? O la convinzione che sia sconveniente ridere di gusto dei nostri limiti e lasciare impunito il fedifrago rendendolo simpatico al pubblico? Sarebbe eccessivo sdoganare che le coppie talvolta franino, non ritornino più insieme, e vivano ugualmente felici e contente? Oppure è solo un problema di sceneggiatura, dal ritmo lento e dai dialoghi spenti e/o surreali, e di regia che si accontenta di interpretazioni urlate o da macchiette di altri tempi?

Il film, dopo l’ouverture perde, infatti, tono e si riduce a qualcosa di adatto all’intrattenimento pomeridiano che, purtroppo, non funziona: non cattura, non incuriosisce, non ci fa sorridere né meditare sulle umane debolezze. E la sensazione è proprio che non si volesse osare, alzare il tiro, rompere con i luoghi comuni, le situazioni stantie e col vecchio schema da fiction che evidentemente tanto appassiona ancora una larga fetta della popolazione. Speriamo vada meglio la prossima volta…

Vissia Menza

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