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Storia di una foto: la pallanuoto pugilistica

Nel (meraviglioso) romanzo di Tibor Fisher ambientato nella Ungheria degli anni 50, gli abitanti di Budapest si consolano durante la dominazione comunista sussurrando fra di loro che “non può durare a lungo”.

il 23 ottobre del 1956, il popolo ungherese decise che era già durata troppo. Una manifestazione studentesca si tramutò in rivolta nazionale, e per una decina di giorni a Budapest si respirò aria di libertà. Il 4 novembre i carri armati russi soffocarono nel sangue – e nell’indifferenza internazionale – gli aneliti di democrazia.

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Ma il 1956 è anche l’anno delle Olimpiadi di Melbourne, e in quello stesso mese gli atleti ungheresi si trovano nel Villaggio Olimpico. La loro prima reazione alle notizie provenienti dalla madrepatria è decisa: la bandiera ufficiale ungherese viene ammainata, ed al suo posto viene issata il vessillo che aveva sventolato nella Budapest liberata.

Fra le rappresentative che cullavano sogni di medaglia la più accreditata era la nazionale di pallanuoto, campionessa olimpica in carica. Supportati dal pubblico australiano quasi come se giocassero in casa,  i magiari trasformano la rabbia per quello che è accaduto in patria in lucido agonismo, e ottengono un filotto di vittorie: battono gli inglesi 6-1, superano gli States per 6-2, si impongono con un doppio 4-0 su Italia e Germania.

Il 6 dicembre è la data che tutti gli ungheresi aspettano. E’ in calendario Ungheria-URSS, ed è evidente che per i magiari sia l’occasione per vendicare – almeno sportivamente – quanto successo a Budapest. Ed il match non tradì le attese: alla fine del primo tempo l’Ungheria è in vantaggio 2-0, ma la cronaca sportiva racconta di un confronto che ha ben presto superato i limiti dell’agonismo.

Sotto il pelo dell’acqua, non si contano i calci, i graffi, altri colpi proibitissimi alla … ehm … altezza del costume. Appena sopra l’acqua, i magiari approfittano della lingua russa – imposta in tutti i gradi scolastici – per provocare gli avversari con insulti creativi fino alla settima generazione. L’ungherese Bolváry, colpito ad un orecchio, ha un timpano probabilmente sfondato, il compagno di squadra Zador lo sostituisce nella marcatura del forte Prokopov, su cui riversa oralmente tutta la sua rabbia in un trash-talking che avrebbe suscitato l’invidia di un pivot americano impegnato in un playground newyorkese. Prokopov reagisce con un gancio destro che apre una ferita sul volto dell’ungherese, costringendolo a uscire da una piscina ormai più rossa che azzurra. La foto del magiaro colpito dal russo e costretto all’abbandono fa immediatamente il giro del mondo.

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L’incontro, terminato con qualche minuto di anticipo perchè l’immagine di Zador sanguinante aveva lievemente fatto infuriare i 5.500 esuli ungheresi in tribuna, finì 4-0. Pochi giorni dopo, l’Ungheria si confermava sulla vetta del mondo pallanuotistico battendo la Yugoslavia 2-1, aggiudicandosi così il secondo oro olimpico consecutivo.

Gli atleti partiti dall’Ungheria per le olimpiadi erano quasi 110. Di questi, più di 40 non fecero ritorno in patria.

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