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Recensione La concessione del telefono di Andrea Camilleri

I fan di Camilleri si dividono in due macro-categorie: quelli che hanno letto solo Montalbano e quelli che metterebbero gli occhi su qualsiasi cosa sia stata vergata dallo scrittore siciliano.

Io – come spesso mi accade – mi piazzo precisamente a metà. Nel senso che sì, in effetti  ho letto tutti i Montalbano (e, alcuni, non una volta sola), incluse le antologie di racconti e le storie in cui il commissario di Vigata è special guest. E mi son dedicato anche all’altra produzione di Camilleri, altrettanto ricca e, in almeno un paio di casi tra i quali quello di cui sto per raccontare, nettamente superiore.

(a questo punto chiudo gli occhi e dimentico per un attimo quella sorta di incitazione all’abbandono della lettura che è il suo “Il tuttomio”, di cui ho detto sufficientemente male qui.

LaConcessioneDelTelefono

“La concessione del telefono” è stato terminato dal suo autore nel 1997, un paio d’anni dopo il ritrovamento tra le sue carte di casa di un decreto ministeriale che concedeva l’installazione di una linea telefonica privata. Da quel documento, datato 1892, emerge una storia di formalismi e burocrazia che quasi ci consola rispetto alle fatiche erculee compiute anche oggi da un cittadino nei suoi rapporti con la Pubblica Amministrazione.

Ed è partendo da quell’atto formale che, con occhio particolarmente attento alla ricostruzione storica, rigorosa sia nella ambientazione che nella presenza di ministri e personaggi politici dell’epoca, Camilleri imbastisce uno dei suoi romanzi più convincenti, utilizzando un misto di forma epistolare e di pura trascrizione di dialoghi che rappresenta un vero e proprio miracolo di composizione narrativa. Non esiste – lo ripeto, non esiste – una voce narrante, eppure la vicenda si dipana perfettamente e la trama è perfettamente comprensibile nonostante l’alternanza di stili, che spaziano dallo scritto all’orale, dal burocratico al totalmente colloquiale, dall’amichevole e familiare fino ad un ossequioso che ricorda esercizi linguistici su parti anatomiche poco nobili.

In questo contesto narrativo complesso ma perfettamente calibrato, si susseguono colpi di scena alimentati da una serie di equivoci che spingono alla risata, nonostante il sottofondo di evidenti contiguità al potere mafioso, già vissuto come inevitabile. Lo sguardo complessivo è certamente ironico, ma l’asservimento al più potente e l’uso ad personam delle cariche pubbliche, calati in un contesto di fine Ottocento, facciano quasi perdere le speranze per un cambiamento radicale di questo splendido e stranissimo paese.

Non so se sia stato l’impianto narrativo, intricato e stupefacente, a far propendere per l’inserimento del romanzo nella lista dei 1001 libri da leggere. Trovo che, tutto sommato, non si tratta affatto di un errore.

Alfonso d’Agostino

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