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Hangar Bicocca: Cildo Meireles e i miei ricordi di biglie sulla spiaggia

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Avevo 5 anni, era estate e costruivo piste per le biglie.

Le mie preferite erano quelle di vetro che dentro avevano quella specie di linguetta colorata, ce n’erano di svariati colori, io sceglievo sempre quella rossa.

La parte più divertente era realizzare i sottopassaggi o i tunnel. Si utilizzava l’acqua del secchiello, paletta, mani, piedi e un sacco di mano d’opera e di buona volontà. Creare con la sabbia qualcosa di solido come un ponte sopraelevato, sotto il quale ci fosse uno spazio adeguato perché passassero le nostre biglie, non era un’impresa semplice e prima o poi occorreva chiedere aiuto al fratello maggiore o a uno dei papà disponibili a portata di sdraio. Alla fine, quando tutto era pronto e si cominciava a giocare, la parte più divertente, in fondo, te l’eri lasciata alle spalle, chè era la costruzione di tutto l’impianto che richiedeva il maggior impegno e, tutto sommato, ti regalava la soddisfazione maggiore.

A 5 anni io di arte non ci capivo ovviamente niente. Ma successivamente, crescendo, non ho mai potuto fare a meno di sorridere e ammiccare a tutte quelle forme d’arte contemporanee che, in qualche modo, facessero riemergere in me quella stessa sensazione.

Oggi sono andato a fare un giro all’Hangar Bicocca, che ospiterà, fino al 20 Luglio (ingresso libero), una serie di installazioni dell’artista sudamericano Cildo Meireles, considerato uno degli iniziatori dell’arte concettuale. La mostra raccoglie 12 tra le più importanti installazioni realizzate, dal 1970 ad oggi, dall’artista e, sinceramente, mi sono divertito un sacchissimo.

Attenzione, non voglio dire che le opere esposte siano divertenti. Anzi, alcune riflettono su temi decisamente drammatici dell’esperienza umana, sociale, politica. Penso, ad esempio, a Olvido, che rievoca la dolorosa storia coloniale dell’America Latina, attraverso un tepee indiano composto di banconote e attorniato da tre tonnellate di ossa bovine circondate da un muro composto da 70.000 candele. Eppure, in tutte, soprattutto in quelle dove la componente di interazione sensoriale tra l’opera e lo lo spettatore è più evidente e centrale (provare la sensazione di camminare su un pavimento di vetri infranti di Atravès, o trovarsi su un molo davanti a un mare di pagine – letteralmente – come quello di Marulho, circondato da parole sussurrate che rievocano il rumore delle onde, non ha prezzo) quello che ti porti via, alla fine, è la stessa sensazione di quando si tornava dal mare, la sera, con la sabbia appiccicata sui polpacci e i capelli impiastricciati di salsedine, dopo aver costruito la pista per biglie più bella di tutta la spiaggia. La sensazione di aver costruito qualcosa e, nel frattempo, aver imparato qualcosa su di sé.

Con la differenza che, nell’arte, questa scoperta rimane per sempre.

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