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Rendere attuali le foto del D-Day (in ogni senso)

Diciamolo senza troppi giri di parole: noi appassionati di fotografia coltiviamo una ampia diffidenza verso la postproduzione.

Che si tratti di pure operazioni da “camera chiara” o che ci si addentri nel gioioso mondo del fotoritocco, tutto ciò che viene palesemente modificato dopo quel magico istante in cui con un clic catturi un momento irripetibile ci lascia freddini, con velature di militanza più o meno estrema. C’è quello che non vuol neppure usare i filtri di Instagram, c’è un altro che piuttosto che aumentare di un digit il contrasto di una sua immagini si farebbe torturare da un vietcong, c’è anche chi alla parola “Photoshop” inizia ad iperventilare, mormora terribili anatemi e corre immediatamente a depurarsi guardando un documentario su McCurry.

Che poi, a pensarci bene, si finisce per diventare più realisti del re: in fondo ci sono fotografi che con su un sapiente uso della camera oscura hanno costruito una intera carriera, e non si capisce troppo bene perché un tiraggio estremo di una pellicola sia accettabile mentre un colpetto di luminosità con un software debba essere considerato appena meno grave di un omicidio. E’ che siamo strani, noi appassionati. Che poi la cosa curiosa è che i professionisti – posso affermarlo per legami di sangue – sono infinitamente meno estremisti dei fotoamatori: è stata una fortuna avere la possibile di essere permeato in famiglia da qualcuno che considerava una immagine per la storia che raccontava e per l’emozione che suscitava, prima che per l’ampiezza dell’apertura del diaframma o per la velocità di scatto.

Come in tutte le cose, ci vuole equilibrio. E così anche la massima banalotteggiante del  10 giugno è andata.

Però mi hanno preso tutti questi pensieri pochi minuti fa, quando ho avuto modo di vedere una gallery fotografica che mostra tutte le potenzialità del fotoritocco. Di più, qui siamo in evidente presenza di un vero e proprio fotomontaggio, ed insieme possiamo posare lo sguardo su un progetto fotografico che ha una identità precisa, un respiro, presuppone un gran bel po’ di lavoro e comunica.

L’Huffington Post inglese ha preso le immagini provenienti dal giorno del D-Day e dalle ore immediatamente successive, e ci ha montato immagini odierne dello stesso luogo.

Con un pc (con ogni probabilità un mac :-)) ha creato una successioni di dialoghi fra il 1944 ed il 2014, fra i giovani che sbarcavano sulle coste francesi e quelli di oggi, fra uomini che combattevano per la liberazione dell’Europa e famiglie che a quella liberazione devono le infinite possibilità odierne. E’ in qualche misura commuovente che lì dove oggi passa un canotto sollevato da un ragazzino settant’anni fa giacesse il corpo di un marine, anagraficamente poco più grande. E che i gesti di assoluta normalità di una giornata di riposo dialoghino così opportunamente con la Storia.

Anche con un software davanti, è l’occhio del fotografo quello che compone, in maniera non troppo dissimile dalla scelta di una sfocatura in fase di scatto o, ancor di più, dal taglio stesso dei margini di una inquadratura. E allora evviva gli elaboratori elettronici, quando producono risultati di questo genere.

 

 

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