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Recensione del dolce e drammatico film Quel che sapeva Maisie

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Maisie è una dolce e sveglia bimba. Maisie è figlia di una rockstar isterica e di un businessman sgangherato. Maisie è più attenta e delicata dei due adulti che dovrebbero occuparsi di lei. Maisie è fortunata: tutte le persone che gravitano nel suo microcosmo la prendono a cuore e la trattano con tale dolcezza da colmare quella voragine emozionale che i suoi genitori sembrano determinati a provocarle.

Susanna (Julianne Moore) e Beale (Steve Cogan) sono i due adulti irresponsabili che dovrebbero oltre ad amare anche dedicarsi alla piccola Maisie (un’incredibile Onata Aprile) ma… la madre è imbevuta dalla sua carriera, travolta dalle sue insicurezze e legata da un contratto discografico traboccante clausole-capestro; e papà è un impettito mercante d’arte che si getta in imprese all’apparenza non floride, in relazioni con giovani donne, e in macchinazioni opportunistiche. I due hanno un solo pregio: adorano la figlia nonostante non abbiano idea di come gestirla e – grazie al cielo – glielo dimostrano, cosa che fa bene all’animo della bambina e ben presto porta Margo e Lincol nella sua esistenza.

Le due vere guide saranno, infatti, la nuova moglie di papà, nonché (ex)baby-sitter della piccola, e Lincol, un gigante buono, un barista sensibile, un fan che mamma si porta a casa e all’altare.

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Photo: courtesy of Teodora Film

Il film diretto da Scott McGehee e David Siegel, presentato al Toronto International Film Festival 2012, è un gioiellino. Un piccolo lavoro, privo di schiamazzi, dalla prosa asciutta ma efficace, non violento nelle immagini e nel fraseggio, che proprio per questo arriva diritto al cuore. Maisie non ci provoca pietà né induce alle lacrime, ma riesce ad aprire cassetti della memoria, a far immedesimare, a far riflettere quei “grandi” che spesso sono troppo presi da loro stessi per vedere le macerie che, nonostante le migliori intenzioni, lasciano dietro di se.

Nei panni dei due genitori, che si contendono la bimba senza rendersi conto delle conseguenze delle loro azioni, due attori (Julianne Moore e Steve Cogan) talmente bravi nel mostrarci le ragioni e i torti degli ex-coniugi, da farci tifare a volte per uno, altre volte per l’altra. Ma troppi sono gli egoismi, troppo è l’assenteismo, troppa è la voglia di fare e poca quella di guidare e, alla fine, anche noi riponiamo le speranze in Margo e Lincol.

Photo: courtesy of Teodora Film
Photo: courtesy of Teodora Film

Il duo in regia confeziona un film dalla sola prospettiva di Maisie. Eccezionale è l’idea di tenere la telecamera all’altezza della bimba. Toccante è vedere il mondo con i suoi occhi. E dolce come non mai è ricordare che un po’ ci siamo passati anche noi. Esuberante e malinconica la musica in costante sottofondo, preziosa nell’arricchire d’importanti dettagli la realtà in cui cresce Maisie. E perfetti sono i dialoghi nel loro spietato realismo.

Tutto riflette una realtà che si ripete troppe volte, ogni giorno, quando si finisce in un Tribunale per chiudere relazioni sbagliate strumentalizzando i figli per colpire l’altro, per esorcizzare i propri demoni, per una forma disgraziata di infantilismo di ritorno.

Il film è l’adattamento, in una New York dei giorni nostri, del noto romanzo di Henry James, scritto più di un secolo fa con disamante lucidità. L’irresponsabilità è la medesima ora come allora, e gli occhi di Maisie ricordano i nostri di un tempo sepolto. Il vissuto di quella dolcissima bambina è ovunque, molto più vicino di quanto possiate immaginare.

Vissia Menza

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