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[Recensione film] The big Wedding

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Il gran giorno è arrivato, la commedia corale che vede convivere sotto lo stesso tetto due generazioni di comici americani è in sala, l’artista eclettico De Niro se la deve vedere con la depressa figlia Heigl e le co-mamme Sarandon/Keaton di Topher Grace e il resto della famiglia. “The Big Wedding”, il giorno del matrimonio del “piccolino” di casa è alle porte e, per l’occasione, tutti stanno convogliando nell’accogliente villa, immersa nel verde Connecticut, lambita da un bucolico laghetto, che sarà teatro di molti momenti importanti in quello che sarà un fine settimana molto movimentato.

I Griffin e gli O’Connor stanno per unire i casati. Il giovane Alejandro sposerà l’amore di sempre, la bionda e dolce Missy. Ma, pur avendo un ottimo rapporto di vicinato, le due famiglie sono molto diverse: eclettica e allargata quella di Alejandro e conservatrice e rigida quella di Missy. Impensabile quindi che non capitino degli imprevisti, prima/ durante/ dopo, il fatidico “si, lo voglio”.

Photo: courtesy of Universal Pictures
Photo: courtesy of Universal Pictures

Molte le occasioni per una buona risata, a partire dalle bugie dette da Alejandro alla madre biologica, fervente praticante cattolica in arrivo per la grande occasione; ai segreti dei fratelli, sino alle due ex-amiche che si ritrovano a ri-scambiarsi i ruoli per assecondare le follie dei giovani. E poi c’è il parroco del paese, l’effervescente, moderno, anti-conformista e divertente padre Monaghan che confesserà tutto il clan prima di officiare il matrimonio più sgangherato e carico che imprevisti (prevedibili) del grande schermo.

A prima vista, potreste avere l’illusione di entrare in una sala da cui uscirete coi lacrimoni per il troppo ridere, grazie a gag esilaranti interpretate da una parata di mostri sacri della comicità. Il miglior Bob De Niro invece è un lontano ricordo, Diane Keaton pare essere passata dal set di una commedia romantica all’altra condividendone anche il guardaroba, e la Sarandon è solo “carina”. Nonostante ruoli e battute sottotono e dimenticabili, la parte più agée del cast riesce comunque ad annientare, offuscare, rendere trasparenti gli interpreti più giovani e metterli in lizza per un Razzie Award ex aequo.

Photo: courtesy of Universal Pictures
Photo: courtesy of Universal Pictures

Non ci rimane quindi che concentrarci sui veterani del grande schermo e domandarci perché mai abbiano aderito a questo progetto che sembra attingere a piene mani dalla saga di “Ti presento i miei” e alle gag più usate (ai limiti dell’usura) della storia del cinema, impedendoci il divertimento. Senza una forte identità, navigando sempre entro confini conosciuti, testati, visti troppe volte, il film scorre senza ammorbare ma, altrettanto rapidamente, si candida ad essere dimenticato già durante i titoli di coda.

Il matrimonio è l’ovvio detonatore di tutti i problemi irrisolti della famiglia Griffin, è la bacchetta magica che nell’arco di pochi minuti riesce a placare annosi dissapori, è l’occasione per riconciliazioni impossibili e per gioire di situazioni surreali. Grazie al cielo, la sceneggiatura si ferma prima di risultare patetica, ma rimane degna di un film che farà la gioia della casalinga con dozzine di camicie da stirare e degli indici di ascolti del canale FAMILY di SKY, ma al botteghino ho seri dubbi riuscirà a eguagliare le vette raggiunte dei suoi predecessori.

Vissia Menza

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