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La prima fotografia subacquea a colori

Proprio vero che le cose cambiano a seconda di come le chiami.

E’ un principio che si applica in cucina (vuoi paragonare una crema di asparagi con una “vellutata”?) ed in molti altri campi, compreso quello naturalistico.

Perché se hai la sfortuna di un nome che ti viene affibbiato è tutto più complicato. Cioè, io mi immagino il pesce che vi sto per presentare tronfio di orgoglio che si rivolge ad altri pinnuti e comunica: “Oh, grande notizia! Mi hanno dato un nome! Sono un Lachnolaimus maximus! Maximus, capito!” e se ne va a nuotare molto orgoglioso.

Poi finisce che c’è sempre quello che vuol rovinare tutto, un po’ per invidia e un po’ perché a rompere le scatole siamo bravi tutti, anche solo per il gusto di avere qualcosa di cui chiacchierare (e nel mondo sottomarino le occasioni di pettegolezzo non fioriscono quotidianamente). Per cui una bella mattina il nostro Lachnolaimus maximus scopre che il suo nome volgare è “pesce porco”, e gli amici a provare a raccontargli che del maiale non si butta via niente e che in fondo quattro lettere su cinque lo accomunano alla temibile Orca marina. Il nostro ex-Lachnolaimus maximus (ora pesce porco) entra in depressione e si attacca al primo amo che passa.

E non dovrebbe! Perché lui magari non lo sa – e se qualcuno ha modo di comunicarglielo ci rende tutti felici – ma nel suo piccolo è davvero famoso. Ed il motivo è questo qui:

prima foto subacquea a colori

Siamo nel 1926, e W.H. Longley e Charles Martin hanno appena firmato una delle pietre miliari della fotografia, realizzando la prima immagine subacquea a colori. Non è stato affatto semplice: Longley – ittiologo del gruppo – si cala in acqua con un’attrezzatura da palombaro, caratterizzata da un cavo che, collegato ad una pompa azionata a mano (a mano!) in superficie, gli consente di respirare, il che presuppone una certa fiducia nelle capacità ginniche dei colleghi deputati a fornirgli ossigeno. Il buon ittiologo è pure un po’ ingegnere e inventore, tanto è vero che – avuta notizia della produzione delle prime lastre a colori, le celebri Autocrome – realizza uno scafandro in cui inserire la sua fotocamera.

Resta un problema gigantesco: le lastre hanno una sensibilità (oggi considerabile) ridicola, qualcosa di paragonabile a meno di un (uno!) ISO. E sotto la superficie marina fa buietto.

Detto, fatto: da anni era utilizzato come “flash” il magnesio, il buon Longley se ne porta più di mezzo chilo e lo fa bruciare su una zattera. Una sorta di esplosione provoca una luce talmente forte da illuminare persino il fondale, e… clic.

Il pesce porco, anzi, il Lachnolaimus maximus è eternato e potrebbe tornare a muoversi tronfio tra le acque. Qualcuno glielo dica, dannazione!

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