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Recensione del film INTERSTELLAR: l’epopea intergalattica di Christopher Nolan

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In un futuro non lontano, è molto probabile che l’essere umano dovrà tornare alle origini, smettere di sperimentare e di investire, per dedicarsi alla coltivazione di mais, su un pianeta, la Terra, ridotto alla fame. Verosimilmente, l’istinto di sopravvivenza lo indurrà a giocarsi il tutto e per tutto, imbarcandosi anche in missioni disperate nello spazio, alla ricerca di pianeti su cui continuare a vivere.

L’attesissimo film “Interstellar” parte da questo assunto mentre ci presenta la famiglia di Cooper, ex-pilota ed ex-ingegnere che vive in una fattoria non troppo diversa da quella dei nostri vicini. L’uomo è un quarantenne sveglio, abile agricoltore e amorevole padre, una persona che stimola i propri figli a essere curiosi, a osservare la natura e ad aver dimestichezza con le leggi della fisica. In questo impegnativo compito è aiutato dal suocero Donald, il nonno che ben presto rimarrà solo coi due nipoti.

Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures
Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures

Cooper attende, infatti, un’occasione per smettere di arare i campi. E una notte sarà accontentato: un importantissimo viaggio nello spazio gli imporrà di allontanarsi dalla famiglia per un bel po’a favore del “bene dell’umanità”. In men che non si dica, l’uomo si ritroverà a vivere una infinita e intergalattica (è il caso di dirlo) odissea attraverso spazio e tempo.

Cooper ha il volto di Matthew McConaughey, fresco di un meritatissimo Oscar®, attore dalla carriera inarrestabile, che ama le sfide e che pare vincerle sempre. Non stupisce quindi che qui si trasformi in un padre, in un cowboy della galassia, in un eroe. Il ruolo è, un’altra volta, diverso e i panni impolverati dell’agricoltore che finisce nello spazio gli vestono a pennello. Al suo fianco una gran quantità di (super)star, pluripremiate e amate dal pubblico, che contribuiscono ad animare il nuovo lavoro di Christopher Nolan, tra cui Sir Michael Caine, Anne Hathaway e Jessica Chastain.

Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures
Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures

Il regista di “Inception” e del “Cavaliere Oscuro” è noto per aver fiuto nella scelta delle storie da portare sul grande schermo. Ama le opere colossali, con intrecci non semplici, e non si risparmia nel confezionare avventure spettacolari. La sua regia, anche oggi, ha il supporto di un’ottima fotografia e di una colonna sonora di forte impatto. “Interstellar” è, infatti, l’evoluzione di un percorso. È una storia realistica, che parla di famiglia, di scelte, di senso del dovere e della rinuncia: un umano dramma senza confini e senza tempo. L’avere fiducia in sé stessi, il non perdere mai la speranza, l’importanza della tenacia e del perdono, sono messaggi che riecheggiano per tutti i 168 minuti di film. Non manca davvero nulla in questa epopea che parte da casa nostra e ci porta lontano, oltre i confini dello scibile.

Nolan si prende tutto il tempo necessario per non confondere o stranire il pubblico, lo tiene sempre desto e attento mentre lo conduce altrove. Quasi tre ore necessarie per mettere lo spettatore a suo agio, portarlo nella fattoria di Cooper e renderlo parte della  famiglia, farlo soffrire e fargli condividere (o meno) le scelte, trascinandolo in un viaggio in cui la Legge di Murphy regna sovrana. Un’avventura in cui il nostro eroe non molla mai, coerentemente con gli umani istinti di un padre e di un ingegnere dalla fede incrollabile nella fisica.

Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures
Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures

A un certo punto, però, qualcosa accade e il film, dopo tanta passione, dopo sofferenze e speranze, gioie e dolori, crolla vertiginosamente, all’improvviso, in pochi secondi, e lo spettatore si ritrova incredulo, disorientato e sconfortato. Perlomeno questa è stata la sensazione che mi ha assalita in quell’interminabile manciata di minuti in cui, presa in contropiede, mi son vista sfilare, dopo il gigantesco inchino all’irraggiungibile Stanley Kubrick, una serie di omaggi (?) ad “Armageddon”, “Gravity”, “The Cube”, “Insidious” e chissà cos’altro,  prima di raggiungere un finale che richiede indulgenza.

Non so quale fosse lo scopo, quale barriera volesse oltrepassare, in quale territorio Nolan intendesse portarci. Sicuramente, è riuscito ad effettuare una equilibrata fusione tra dramma e fantascienza ma la chiusura mi è apparsa un po’ macchinosa e buonista. Ovviamente, questo è il parere di una persona a cui era stato annunciato un capolavoro epocale ed è ancora in attesa. Se mi chiedessero: “Interstellar” vale il biglietto? Assolutamente si. Piacerà? Un sacco, è avvincente. Sarà criticato? Forse, non so, ditemelo voi.

Vissia Menza

Ultimo aggiornamento l’8 novembre 2014 alle 23:20

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