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Tim Burton torna al cinema con BIG EYES

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Quante volte vi sono state raccontate storie reali che superavano le più stravaganti fantasie? Ogni persona custodisce variopinti aneddoti familiari arrivati a noi dopo un passaparola di nonno in nipote sussurrato di nascosto dal resto del clan, storie di avi che si sono gettati in grandi imprese (economiche o amorose) dagli esiti grotteschi, facendo vergognare il parentado per almeno un paio di generazioni. La vita di Margaret Keane non fa eccezione e stupirà molti.

Margaret è una pittrice, è un’adorabile vecchina di 86 anni, è una devota credente che riesce ancora oggi a dare a Cesare quel che è di Cesare quando si tratta dei meriti del suo ex-marito Walter. Esatto, parliamo di Walter Keane, il paesaggista, il gallerista e commerciante che rivoluzionò il concetto di arte rendendola alla portata di tutti commettendo, però, una delle più incredibili frodi che l’era moderna ricordi.

Photo: courtesy of Lucky Red
Photo: courtesy of Lucky Red

“Big Eyes” narra la storia dei coniugi Keane.
Torniamo all’epoca a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, sorvoliamo l’oceano e atterriamo a San Francisco insieme a una giovane madre di nome Margaret, pittrice per diletto, moglie a tempo pieno sino a qualche giorno prima quando mise in macchina le sue tele, i pennelli e la figlioletta alla volta di una nuova vita. Quello che Margaret non sapeva era che ben presto avrebbe attirato una persona a prima vista eccezionale, di fatto sbagliata per lei.

Walter Keane amava la pittura, adorò da subito Margaret e la sposò sull’onda del sentimento. Uomo ambizioso, abile venditore e bugiardo cronico, presto plagiò la moglie, ingannò il pubblico e costruì un impero basato sulle menzogne. Il neo-maritino aveva fatto i conti senza l’oste e un giorno la sua dolce metà smise di essere zuccherina.

Photo: courtesy of Lucky Red
Photo: courtesy of Lucky Red

La frode di Keane è di dominio pubblico, ma la storia di Margaret ha, per qualche strana ragione, attraversato le decadi in sordina sino al giorno in cui due sceneggiatori hanno deciso di portarla sul grande schermo. Da quel momento sono trascorsi dieci lunghi anni, ma il film ha infine visto i natali con la regia di un inaspettato Tim Burton.

“Big Eyes” nasce con un piccolo budget ma, a prima vista, è ben lontano dall’essere raffazzonato, lacunoso e mal confezionato. Il cast è stellare, Waltz passa dall’essere un micione che fa le fusa a un opportunista da schiaffeggiare senza sosta; Amy Adams, tanto brava quanto antipatica, qui è da scuotere a più riprese talmente è ben calata nella parte della ingenua casalinga benestante di provincia, tipica dell’epoca; e Tim Burton, dopo tanto tempo, tiene la macchina da presa in modo diverso (il che ha quasi dell’incredibile). Senza il suo attore-feticcio Johnny Depp, liberatosi di cliché che l’hanno reso famoso, il regista è quasi irriconoscibile e la cosa ci fa sussultare.

Photo: courtesy of Lucky Red
Photo: courtesy of Lucky Red

Questo film è attento, velato d’ironia nonostante la drammaticità e la tristezza di Margaret, è un prodotto che ci ricorda la potenza e la quantità di talenti che risiedono nel Nuovo Continente e sa travolgere il pubblico. Le biografie piacciono, quelle Americane gremiscono le sale e i protagonisti sono interpretati da due attori tra i più quotati del cine-firmamento. Il successo pare quindi assicurato, nonostante non mi abbia solleticato alcuna emozione: non ho tifato, non ho sofferto né trattenuto il respiro, neppure per un momento. La confezione è da confisserie, ma il contenuto è vicino all’essere insapore. Il fatto che la mia anima sia rimasta intatta mi fa sorgere il dubbio di essere divenuta un’insensibile polimorfa. Sarà davvero così?

Vissia Menza

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