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Riflessioni sul film Woman in Gold

Berlinale Special Gala per “Woman in Gold”, alla presenza di regista, produttori e cast. Anche Helen Mirren, splendida in un abito lungo verde cangiante, trova il tempo per salutarci prima di tornare a Broadway. D’altro canto, l’appuntamento di ieri sera era troppo importante: era la prima mondiale di un film con un valore particolare per molti e il Palast ha risposto con applausi convinti.

La storia incredibile è quella capitata a una distinta signora, Maria Altmann, a fine anni ’90. Maria viveva in California e, dopo la morte della sorella, si ritrovò a fare i conti con i ricordi, con tanti scatoloni di documenti e con un passato granitico. In poco tempo dovette tornare più e più volte nella sua città natale, in quella Vienna che aveva giurato quasi 60 anni prima che non avrebbe mai più rivisto. La donna volò nel cuore d’Europa per rivendicare il ritratto di sua zia Adele Bloch-Bauer. Dov’era il problema? Il quadro era stato dipinto niente meno che da Gustav Klimt, e zia Adele, inconsapevolmente, attraverso le decadi era diventata il simbolo di una nazione, l’Austria. Adele, infatti, è la famosissima “Woman in Gold” che tutti conosciamo e che, da una decade, non risiede più in Europa.

Una delle donne più ammirate del pianeta, la bella ed elegante dama ricoperta di oro, simbolo di un’epoca andata, era un degli oggetti sottratti agli Altmann durante la II Guerra Mondiale e quando l’elegante vecchina rivendicò la sua eredità, grazie all’aiuto di un giovane e sgangherato avvocato, iniziò un braccio di ferro giuridico e emotivo.

Il film diretto da Simon Curtis coglie gli aspetti più Hollywoodiani del racconto. È una favola tratta da una storia incredibile. È un’opera sull’importanza della memoria, dell’arte, degli affetti. Parla di tenacia, ostinazione e diritti violati. Non è un drammone strappalacrime, né un biopic dedicato a una famiglia facoltosa distrutta dalla follia nazista. È solo la narrazione romanzata di quanto accaduto per  ricongiungere uno dei dipinti più importanti del ‘900 con la legittima proprietaria.

Tutto è equilibrato e pone l’accento sul dibattito (dentro e fuori dall’aula) e sul legame affettivo forte e represso tra Miss Altmann e zia Adele. Il regista sa bene cosa vuole e non sbaglia inquadrature, battute o taglio. Anche la fotografia è ben scelta e la trama è priva di parentesi lagnose. Con un pizzico d’ironia, ma con rispetto per gli eventi, questa pellicola  è – e vuole essere – solo un’avventura con protagonisti un avvocato, una anziana e un inestimabile quadro. Nulla di più e nulla di meno.

Vissia Menza

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