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Il film EVERY THING WIL BE FINE di Wim Wenders

Tomas è uno scrittore giovane e di successo. Durante la stesura del suo nuovo libro la crisi del foglio bianco fa da accelerante a quella di coppia e l’uomo si ritrova a girare a vuoto. Per interrompere il circolo vizioso decide di isolarsi da tutto e tutti sino alla sera in cui, complice la neve e la scarsa visibilità, un bob sbuca all’improvviso. L’uomo frena, scende dall’auto e per la prima volta incontra Christopher e sua madre. È appena accaduta una tragedia senza colpevoli o con tutti egualmente responsabili, e il destino beffardo, talvolta crudele, ha deciso di unire per sempre l’artista, il bimbo, la donna. Le loro vite non saranno più le stesse.

Le reazioni al dolore, al senso di responsabilità e alla colpa sono diverse in ognuno di noi. Chi fa lavori creativi, spesso, in questi casi trova rifugio e sollievo gettandosi nella propria arte quindi che il protagonista della nostra storia si immerga nella scrittura appare l’ovvia conseguenza, anche se non è detto sia la formula magica in grado di risolvere ogni problema.

© NEUE ROAD MOVIES GmbH, photograph by Donata Wenders
© NEUE ROAD MOVIES GmbH, photograph by Donata Wenders

“Every Thing will be fine” nasce da un racconto breve incentrato sul peggiore dei sensi di colpa, quello auto-inflitto, sorta di punizione che spesso molti di noi si impongono per espiare una azione che non si perdonano. Eterna sofferenza, inutile spreco di energie, dettata dalle nostre più intime insicurezze che così vengono ironicamente svelate al pubblico. Ciò accade ogni volta che scegliamo di consumarci nonostante – di fatto – non vi siano neppure i presupposti per portare sulle spalle un tale pesante fardello. Ma, si sa, gli esseri umani sono i giudici più intransigenti di loro stessi e Tomas non riuscirà ad eludere regola.

Il dramma diretto da Wenders è tremendo, lucido, carico di suspense. Seguiamo il protagonista attraversare una decade, mentre si trasforma in un uomo adulto e deciso. Vediamo come tutti siano al contempo integerrimi e colpevoli, adesso parteggiamo per uno, tra un’ora per un altro. La fotografia è attenta, la luce asseconda le situazioni, i dettagli sono pensati. Tutto è disposto in modo da tenerci sulle spine.

© NEUE ROAD MOVIES GmbH, photograph by Donata Wenders
© NEUE ROAD MOVIES GmbH, photograph by Donata Wenders

Nonostante non vi siano roboanti inseguimenti, il regista ha preferito girare l’opera in 3D, tecnica che già all’epoca di “Pina” aveva dimostrato di saper destreggiare con maestria. Qui il 3D è il mezzo attraverso il quale conferire maggiore enfasi ai gesti, alle emozioni, alle varie smorfie di (in)sofferenza. Così facendo, il pathos e i nostri dubbi aumentano sino a quando la curiosità esploderà incontenibile. Il 3D è davvero impietoso. E, grazie a questo strumento “magico”, il regista ci fa il regalo più inatteso e gradito: dimostra che James Franco, quando ben diretto, sia in grado di raggiungere grandi vette. Per la prima volta durate questa Berlinale (in cui ci presenta ben tre film), la recitazione dell’attore americano era credibile e davvero convincente.

“Every Thing will be fine” prenderà molti in contropiede, compreso qualche scettico per partito preso. Ha tutte le carte in regola per riuscire a gremire le sale. Dimostra che ancora oggi si possa fare cinema di alto livello, accurato, all’avanguardia, senza escludere il grande pubblico. È una storia di gente comune, di umano dolore, di voglia di ricominciare, di bellezza.

Vissia Menza

Ultimo aggiornamento il 19 agosto 2015, ore 16:00

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