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Sophie Calle: fotografia tra racconto e biografia

Ci sono artisti per i quali il rapporto fra opera e biografia si rende talmente sottile da risultare, alla fine, del tutto impercettibile.

E’ certamente il caso di Sophie Calle, artista francese classe 1953 i cui progetti fotografici sono al confine fra morbosità voyeuristica e reportage: possono colpire o sembrare persino “eccessivi”, ma sono talmente stupefacenti – nella concezione più che nella loro realizzazione – da suscitare meraviglia. Vale la pena raccontarne almeno un paio.

A partire da “L’Hôtel”, portfolio fotografico che nasce e si sviluppa nel nostro paese. L’idea è francamente geniale: Sophie si fa assumere in un albergo veneziano, dove trascorrerà tre settimane impiegata com cameriera avendo quindi l’opportunità di fotografare le stanze dei clienti delle stanze che le sono affidate, con l’intenzione di carpire gli aspetti più intimi della loro esistenza. Immaginate un estraneo che acceda con intenti comunicativi alla vostra stanza d’hotel: sono certo che un piccolo brivido abbia attraversato le vostre schiene…

Sophie fotografa i contenuti delle valigie, le lettere conservate in una valigetta, gli oggetti più personali conservati nelle (infinite) borse femminili: il risultato è un catalogo che sta a metà tra gli scatti di una spia durante la Guerra Fredda e quella di un criminologo sulla scena di un crimine, e contribuisce a tratteggiare personalità ed esistenze di soggetti rimasti (naturalmente e fortunatamente anonimi), ma che – forse anche per questo – finiamo per sentire particolarmente vicini a noi.

C’è un secondo progetto fotografico di Sophie Calle, se possibile ancor più invasivo, che mi ha affascinato molto: si tratta de “La Filature”, che – quasi in risposta alle probabili obiezioni in tema di protezione della privacy che “L’Hotel” poteva aver suscitato – prevede che l’artista assuma un detective che, a sua insaputa, la pedini e la fotografi. Parallelamente, Sophie tiene un diario e scatta a sua volta fotografie di quello che le accede, creando un dialogo fra la sua vita vista dall’esterno e quella descritta dall’intento autobiografico. L’artista diventa quindi narratore e insieme attore della narrazione, fotografo e soggetto fotografato, investigatore di se stesso e oggetto di indagine. Una gigantesco gioco di specchi, applicato ad una intera esistenza, che suscita domande e pensiero. In una parola, arte.

Alfonso d’Agostino


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