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Recensione romanzo Isole nella corrente di Ernest Hemingway

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Mi è capitato di raccontare di aver imparato l’italiano con le canzoni di Francesco Guccini che – sia lode ai fratelli maggiori – risuonavano tra le mura di casa. Immagino che gran parte del “gusto per la parola” che mi è rimasto addosso provenga proprio da lì.

Naturalmente l’età era quella che era e inevitabilmente ho collezionato delle topiche imbarazzanti. Tipo quella volta che ho chiesto a Oscar dove si trovasse Hemingway: avevo canticchiato “i nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway” (*) e mi ero immaginato un’isola o una cittadina scovata dai protagonisti della (splendida) canzone.

Con la pazienza del fratello maggiore mi diede da leggere “Il vecchio e il mare”, in una orrenda edizione cartonata che credo si sia sfasciata durante la lettura sulla spiaggia di Marina Julia. La salsedine nell’aria aiutò una immedesimazione anagraficamente improbabile, e anche se l’aver abbandonato il torneo di biliardino e la finale di nascondino non giovò alla mia popolarità tra i coetanei, ogni volta che spunta fuori il buon Ernest quel profumo di mare mi torna alle narici.

Sfidato dal giro letterario, stazione Bahamas, e appurato che gli scrittori locali si contano sulle dita di una mano e sono anche difficilmente reperibili, con emozione ho appreso che il primo romanzo postumo di Hemingway, “Isole nella corrente” (Islands in the Stream), è parzialmente ambientato intorno ad alcune delle 700 (settecento!) isolette che compongono lo stato caraibico.

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Ero un po’ che non frequentavo Hemingway. Certo, non i trenta anni trascorsi da quel primo incontro gucciniano e poi letterario, ma un bel po’. E in questo romanzo pubblicato dopo la sua morte, ho trovato tracce di quell’autore gigantesco che mi ha, quasi sempre, inchiodato alle sue pagine.

Intendiamoci. Non sono uno studioso “verticale” di Hemingway, ma un’impressione da semplice lettore me la posso concedere: ho idea che se lo avesse completato in vita, un paio di centinaia di pagine forse non avrebbero visto la luce. Rispetto allo scrittore chirurgico che ricordo, con una abilità forse mai superata di scrivere e-sat-ta-men-te quello che serve e nulla più, qui qualcosa sembra stonare. Alcuni dialoghi eccessivamente protratti, qualche soliloquio un po’ forzato. Ma le tematiche dei romanzi precedenti ci sono tutte, il capitolo finale ha la forza di una carica di cavalleria, un paio di punti fanno letteralmente sussultare e ammaccano il cuore. E poi ci son cose così:

“Non sapeva cosa fosse a fargli provare quello che provava. Ma la felicità dell’estate cominciava a defluirgli dall’animo come quando sui bassifondi la marea inverte la direzione e il livello dell’acqua si abbassa nel canale che sbocca nell’oceano.”

Io, uno che sia riuscito a scrivere così tanto – qualitativamente parlando – utilizzando il giusto numero di parole, virgole, respiri, non l’ho ancora trovato.

Per cui sì, anche “Isole nella corrente” è un romanzo da leggere.

Alfonso d’Agostino

SCHEDA LIBRO
Autore: Ernest Hemingway
Titolo: Isole nella corrente
Traduzione: Vincenzo Mantovani
Editore: Mondadori
Collana: Oscar scrittori moderni
Pagine: 528
ISBN: 978-8804451075

ACQUISTO
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PROGETTI
Giro del mondo letterario: Bahamas

(*) “Incontro”, da “Radici”, 1972, EMI

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