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Al cinema il film FREEHELD – Amore, giustizia, uguaglianza: la recensione

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Al cinema arriva FREEHELD – Amore, giustizia, uguaglianza diretto da Peter Sollett con Julianne Moore, Ellen Page e Michael Shannon. Il film, basato sulla storia vera della detective Laurel Hester (Moore) e della sua compagna (Page), vorrebbe scuoterci come vent’anni orsono fece PHILADELPHIA senza riuscirci. Arriva, infatti, quando i tempi son cambiati e l’audience non reagisce e si emoziona come decadi fa. Parlare oggi di coppie di fatto e di diritti all’uguaglianza, in un’America in cui le unioni tra persone dello stesso sesso sono una realtà riconosciuta dalla legge, suona fuori tempo massimo. E, purtroppo, le migliori intenzioni non sono sufficienti a confezionare un prodotto che ci tocchi il cuore.

 

RECENSIONE

 

Da qualche giorno è arrivato in sala il film FREEHELD, presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma. È la storia di Laurel Hester, un detective, che non troppi anni fa, dopo una carriera encomiabile nel corpo di polizia, si ammala ed è destinata a non farcela. Come prevede la legge, la donna chiede la reversibilità della pensione in favore della persona con cui convive e con cui ha creato, secondo quanto previsto dallo Stato, una famiglia di fatto.

Il calvario più grande per Laurel sarà, oltre la malattia, la battaglia per vedere i propri diritti trionfare. Lei, che ha dedicato tutta la vita alla giustizia e all’uguaglianza degli individui, diventa, infatti, vittima di un gruppo di burocrati ottusi che non accettano le regole che i loro stessi simili hanno creato. L’impedimento più grande riguarda, inaspettatamente, il sesso della persona che Laurel ama: la sua dolce metà si chiama Stacie ed è una giovane che ricambia quel sentimento e contribuisce ogni giorno al benessere della loro famiglia. Il fatto che i benefici pensionistici di una donna vadano a favore di un’altra donna stride alle orecchie di chi pensa che il fondamento dell’unione tra due cittadini debba essere basato sull’eterogeneità dei sessi.

Photo: courtesy of Videa
Photo: courtesy of Videa

In una società come quella americana, nello stato del New Jersey, tanto vicino a New York, ciò è sufficiente ad attirare l’attenzione degli attivisti che battono bandiera arcobaleno e ad alzare un polverone mediatico dal forte impatto sul pubblico. E, in effetti, alla fine le due donne faranno la differenza. Otterranno quanto dovuto e, soprattutto, il loro caso diventerà una pietra miliare della storia americana orientata verso il riconoscimento delle unioni gay (cosa che, sappiamo, essere avvenuta lo scorso giugno).

FREEHELD ha alle spalle una storia vera, una testimonianza di coraggio, una di quelle vicende che strappano le lacrime anche ai più duri di cuore. La pellicola è stata fortemente voluta e tutti ci hanno creduto. Il cast vede la bravissima e irriconoscibile Julianne Moore nei panni della protagonista e, nell’elenco della crew, spicca il nome dello sceneggiatore di PHILADELPHIA. Con un simile potenziale nessuno di noi, entrando in sala, si aspettava quanto, invece, ha visto.

Photo: courtesy of Videa
Photo: courtesy of Videa

Già dopo le prime immagini versiamo in uno stato confusionale. Cerchiamo di scovare la nota stonata che ci infastidisce e ci concentriamo in primis sulle voci. Suoni disarmonici rispetto ai volti, frasi pronunciate in modo poco credibile e con un pathos che ci ricorda – ahinoi – i tragici dialoghi delle telenovelas venezuelane. In prima battuta speriamo che un doppiaggio poco felice non stia rendendo giustizia agli attori (oltre alla Moore, c’è un istrionico Steve Carell e il camaleontico Michael Shannon). Purtroppo però, più il tempo passa più non vediamo emergere la Moore da premio Oscar® e/o l’imponenza di Shannon, e avvertiamo un senso di distacco che prescinde dalle differenze culturali tra Nuovo e Vecchio Continente, o dalle personali preferenze sessuali. Gli attori sono rigidi e poco credibili, e tutto è lontano anni luce da quel PHILADELPHIA, di un Jonathan Demme in stato di grazia, che ha straziato gli animi di mezzo mondo nel lontano 1993.

Qualora l’intento del regista Peter Sollett, e dell’autore Ron Nyswaner, fosse, infatti, quello di generare una versione al femminile della pellicola con Tom Hanks, il risultato sperato è ben lontano dalle premesse iniziali: la storia, abbondantemente superata e ampiamente ‘metabolizzata’ dalla cultura di massa, è incapace di moralizzare il pubblico e di creare un legame di empatia che lo coinvolga appieno. PHILADELPHIA arrivò al cinema in un periodo storico nel quale i fenomeni dell’Aids e dell’omosessualità, come in questo caso, attiravano particolarmente l’attenzione mediatica, dividevano l’opinione pubblica e diventavano in breve tempo oggetto di dibattito nazionale. Oggi, purtroppo o per fortuna, non è più cosi.

FREEHELD è, dunque, uno di quei prodotti che, probabilmente, avrebbe potuto aver maggior fortuna andando direct-to-video sui canali Passion della pay-TV.

Vissia Menza

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