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STEVE JOBS, la recensione del film con Michael Fassbender

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Alan Turing e Steve Jobs. Cosa accomunano due personaggi tanto geniali quanto tormentati? Una mela.

Storico emblema di Apple Inc., la mela racchiude l’immagine di una delle aziende leader nel mondo e benché sia stato negato negli anni, l’associazione con la mela che uccise il crittoanalista londinese è da considerasi più che un tributo una pura e affascinate suggestione. Un passaggio di consegne, algoritmi e codici cifrati che hanno contribuito all’evoluzione della moderna informatica, dalla creazione della macchina di Turing allo sviluppo definitivo di quello che oggi chiamiamo computer.

A due anni di distanza dal thriller mesmerico In Trance, ingiustamente condannato dalla critica nonostante il suo intrigante alone criptico, Danny Boyle torna dietro la macchina da presa per rappresentare uno spettacolo diviso in tre atti in cui il protagonista assoluto è il main brain e co-fondatore di Apple. Il regista britannico decide di raccontare gli episodi chiave della vita professionale e privata di Steve Jobs, focalizzando l’attenzione sulla presentazione di tre prodotti tecnologici che hanno segnato la sua carriera: nel 1984, anno in cui affronta i problemi legati al Macintosh 128K prima del lancio sul mercato; nel 1988 quando, in seguito all’estromissione nel CdA di Apple fonda la NeXT con l’intento di avviare una risurrezione informatica e svelare al mondo un nuovo computer; e, infine, nel 1998, periodo nel quale, una volta rientrato in Apple, raccoglie le sue idee portando a gestazione l’iMac mentre la società continua ad attraversare non poche difficoltà.

Photo: courtesy of Universal Pictures
Photo: courtesy of Universal Pictures

Durante queste tre parentesi Jobs si confronta, interloquisce e si rapporta con diverse persone, in particolare con John Wozniack (Seth Rogen), amico di lunga data con il quale condivide gioie e rancori, l’ex CEO di Apple John Sculley (Jeff Daniels), punto di riferimento a cui ispirarsi (non sempre), e la giovane Lisa (Perla Haney-Jardine), figlia che inizialmente stenta a riconoscere per poi instaurarvi un legame sincero tanto da volerla vicino nei momenti più importanti.

Confezionato a regola d’arte da Boyle e dallo sceneggiatore Aaron Sorkin, che firma uno dei migliori copioni della sua brillante produzione, il film oscilla tra cinema e teatro e ha il potere di catturare l’attenzione del pubblico, creando un’empatia istantanea e a tratti fulminea con gli interpreti.

Basato sulla biografia autorizzata scritta da Walter Isaacson, Steve Jobs è un long take frammentato di sequenze provvidenziali che scandiscono tempi, dialoghi e situazioni e contribuiscono a creare un vivido ritratto di vita, rivoluzione e fragilità di un uomo che non si nasconde dietro il suo lato cinico. A calarsi nel ruolo del personaggio principale è il magnetico Michael Fassbender che spoglia il suo alter-ego del buonismo e della compostezza che ne hanno caratterizzato l’immagine nel pianeta per donargli un look più duro e meschino, tipico del disadattato sociale che fatica a interagire con i suoi simili e si rifugia nella tecnologia.

Photo: courtesy of Universal Pictures
Photo: courtesy of Universal Pictures

Come un maestro d’orchestra che dirige i suoi musicisti, il Jobs di Fassbender si muove dietro le quinte con totale disinvoltura, respira quell’aria di tensione che precede l’ingresso in scena e la sfrutta per caricare il suo ego, rendendolo sicuro e imperturbabile agli occhi dei suoi seguaci. Ma è il tocco femminile di Johanna Hoffman, fedele collaboratrice interpretata da una strepitosa Kate Winslet, che conferisce alla pellicola un perfetto equilibrio sentimentale: è dai piccoli gesti, dalle occhiate comprensive, dai consigli e le preparazioni emotive che passano le performance del prediletto Jobs e, ancor prima, le fasi di concentrazione che anticipano il suo debutto sul palcoscenico. Sulla scia stilistica di Birdman e l’alternanza calibrata nelle inquadrature che evidenziano le diverse prospettive del protagonista (fronte e retro), Danny Boyle completa il suo percorso di esplorazione dell’esistenza di Steve Jobs con un approccio più mirato e originale rispetto a quello didascalico del regista Joshua Michael Stern nel film Jobs con Ashton Kutcher, e per questo destinato a essere ricordato nel tempo.

Andrea Rurali
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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