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ZOOTROPOLIS, la recensione del nuovo film Disney

zootropolis_poster_courtesy The Walt Disney Company

Dalla mitologia greca alle rappresentazioni sul grande schermo, gli animali sono costantemente al centro di un modello trasversale di forte impatto sull’ambiente sociale che affascina e continua a stuzzicare l’immaginazione dell’uomo. Nella suggestiva e più remota ipotesi di un mondo in cui ogni cosa prende vita, i sogni cesserebbero di esistere poiché i pensieri, le intenzioni e le ambizioni, custoditi nei meandri più profondi della mente, diventerebbero incredibilmente reali.
E se il cinema ci insegna che ‘i sogni son desideri’, è lecito lasciarsi trainare dalle emozioni e dalla fantasia che risiedono dal 1934 in una delle dimore più longeve dell’industria dello spettacolo: la Casa di Topolino.

Reduce dallo straordinario successo del meraviglioso Inside Out, il capolavoro d’animazione targato Pixar che è riuscito ad unire trionfalmente pubblico e critica, Disney inaugura il 2016 con una nuova strabiliante avventura prodotta dai Walt Disney Animation Studios e diretta dai registi Byron Howard e Rich Moore: Zootropolis.
La pellicola sembra proseguire idealmente il quadro utopistico realizzato lo scorso anno da Pete Docter con Inside Out, nel tentativo di percorrere orizzonti inesplorati e portare a compimento una storia tanto semplice quanto brillante. L’operazione finale è il coronamento di un valido lavoro di squadra e di un’efficace sinergia, funzionale all’assemblaggio dei comparti narrativi ed estetici e finalizzata al completamento di un prodotto accattivante e coinvolgente.

Zootropolis © The Walt Disney Company
Photo: courtesy The Walt Disney Company

Nonostante le variabili convenzionali di un intreccio formato da frammenti canonici e comunemente utilizzati nei progetti d’animazione, il film spalanca le porte alle pittoresche atmosfere dell’universo edulcorato degli animali antropomorfi che vivono insieme in una moderna metropoli, a prescindere dallo status, dalla razza o dalla specie di appartenenza. Al centro della vicenda, un’improbabile coppia di investigatori formata dalla coniglietta poliziotta Judy Hopps e dalla volpe loquace e truffaldina Nick Wilde che dovrà indagare su un misterioso caso e trovare al più presto delle risposte.

Tra le vie, i quartieri e gli scenari colorati di Zootropolis, l’opera di Howard e Moore è intrisa di un sottile alone politico e disegna una parabola metaforica che esemplifica lo spaccato contemporaneo di una società come la nostra, popolata da pregiudizi e discriminazioni, dove albergano ancora oggi luoghi comuni e stereotipi di ogni genere. Dal punto di vista tecnico, il divario tra Pixar e gli Animation Studios è meno evidente e, complice l’abilità dei creatori di sfruttare la tecnologia nella direzione del realismo visivo, grazie anche al contributo dell’attivissimo produttore della compagnia Clark Spencer, il lungometraggio raggiunge un livello ottimale di intrattenimento e coinvolge gli spettatori in un’esperienza immersiva durante la quale si sentono parte integrante di una comunità (atipica) e dei suoi bizzarri abitanti.

Zootropolis © The Walt Disney Company
Photo: courtesy The Walt Disney Company

Zootropolis è un concentrato effervescente di ritmo, azione e incalzante dinamismo che confluisce in una commedia investigativa, in cui dialoghi, gag e situazioni paradossali favoriscono il legame empatico con i protagonisti, in particolare Judy e Nick che portano in scena una versione alternativa e esuberante degli iconici Starsky & Hutch.
Disney si conferma la dimora idilliaca dei racconti per famiglie e dimostra una meticolosa attenzione verso una strategia produttiva rivolto all’eccellenza e al sostegno dello studio animato più antico della sua storia (Walt Disney Animation Studios), capace di inanellare una serie di classici senza tempo (Zootropolis è il 55°) amati e idolatrati da intere generazioni.

Andrea Rurali
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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