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Recensione del film El Rey del Once di Daniel Burman

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Alan Sabbagh in El rey del Once © Berlinale

La Berlinale è fonte inesauribile di scoperte cinematografiche. La kermesse è dominata da tre sezioni differenti e molto forti: il Concorso, Panorama e Forum. Dopo aver esaurito il Concorso continuiamo le segnalazioni delle pellicole proiettate in anteprima in Panorama, e oggi parliamo di El rey del Once (The Tenth Man), un film in cui realtà, casualità e finzione si sono intrecciati come nelle migliori opere di fantasia per indagare i complessi legami umani.

Il protagonista si chiama Ariel (Alan Sabbagh), vive e lavora a New York, e dopo anni di assenza torna a Buenos Aires. La sua speranza è di riuscire a ricostruire il rapporto deteriorato col padre Usher, fondatore di un’organizzazione a sostegno dei poveri nell’undicesimo distretto della città, El Once, già quartiere ebraico. Al suo arrivo, Ariel non trova il genitore ad attenderlo bensì la zia e tutti lavoranti dell’associazione caritatevole di Usher. Per giorni attenderà di incontrare l’uomo, svolgerà incombenze per l’associazione e conoscerà la bella e silente Eva (Julieta Zylberberg), anch’essa con rapporti familiari incrinati alle spalle. Noi lo seguiremo per sette giorni, i sette capitoli di questo viaggio.

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Alan Sabbagh e Julieta Zylberberg in El rey del Once © Berlinale

E quello a cui assistiamo non è solo un viaggio da una città caotica ad un’altra più confusa e affollata, ma è soprattutto l’esplorazione e l’evoluzione di una persona con legami ingarbugliati non dissimili dai nostri, che tornando alle origini riscopre sé stessa e raggiunge un equilibrio non cercato e tanto meno sperato. Ariel si lascia trasportare dagli eventi e dalla riservata Eva che lo ricollega con una realtà – la sua – che non conosceva bene quanto credeva.

Il nuovo lungometraggio di Daniel Burman, presentato a Berlino, è ambientato nel quartiere in cui lui stesso è cresciuto, si addentra in tradizioni religiose, stranezze del rione, e nei meandri dei legami umani del nostro tempo che anche lui ha toccato con mano. Il rapporto disfunzionale padre-figlio viene mostrato in tutta la sua naturalezza; le usanze religiose diventano pittoresche ma rimangono sino all’ultimo autentiche; il gioco della seduzione è goffo e divertente. In El rey del Once il dramma, la commedia, la finzione e il documentario (Usher interpreta sé stesso ed è in mezzo alla sua gente) coesistono e rimangono mirabilmente in bilico sino alla fine, incorniciati dalla fotografia di Daniel Ortega sempre pronta a catturare piccoli, importanti, dettagli.

El rey del Once è un film che andrà lontano soprattutto nel circuito festivaliero: riesce, infatti, a divertire, intrattenere e far riflettere senza straziare o scivolare nella commedia da venerdì sera.

Vissia Menza

 

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