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ROOM, l’universo tra quattro pareti: la recensione

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Room - Photo: courtesy of Universal Pictures

“Il mondo è come tutti i pianeti della TV accesi insieme, quindi non so dove guardare… o cosa.”
Jack (Jacob Tremblay) ha appena compiuto cinque anni e trascorre una serena esistenza insieme alla giovane madre (Brie Larson), la quale prova nei suoi confronti un amore sconfinato e farebbe di tutto per proteggerlo da ogni male. C’è solo un problema: Jack e Ma’ vivono rinchiusi in una singola stanza di tre metri per tre, priva di qualsiasi finestra sul mondo esterno, al di fuori di un irrisorio lucernario quadrato dal quale poter osservare il lento mutare del cielo e l’inarrestabile alternarsi del giorno e della notte.
Da quando Ma’ è stata rapita, segregata e violentata per la prima volta dal Vecchio Nick (Sean Bridgers), il tempo sembra essersi fermato e l’universo del piccolo Jack, nato e cresciuto tra quelle quattro mura, è tutto lì; ecco, dunque, che oggetti di uso comune come lampade, letti e lavandini si trasformano agli occhi dell’innocenza in curiosi abitanti di un prezioso e fragile ecosistema e ogni intervento di origine esterna si circonda di un’affascinante aura di magia e mistero. L’elemento magico/fantastico prende il posto dell’istruzione scientifica e razionale, mentre una costante routine fatta di racconti, giochi e fantasioso bricolage ritarda il momento in cui un Jack più maturo dovrà affrontare la dura realtà. Tutto questo finché ai due non si presenta l’occasione di sottrarsi a quella prigionia. Ma come può reagire un bambino di soli cinque anni di fronte all’improvvisa vastità di un mondo che non ha mai conosciuto?
Room - Photo: courtesy of Universal Pictures

Photo: courtesy of Universal Pictures

La forza di Room, nuova opera indipendente dell’irlandese Lenny Abrahamson (Frank) tratta dal romanzo “Stanza, Letto, Armadio, Specchio” di Emma Donoghue, risiede nel mantenere per lo più l’inconsapevole punto di vista di un bambino che non è ancora in grado di distinguere il bene dal male, in modo così da poter porre la lente d’ingrandimento su tematiche oscure e complesse, senza perdere mai l’equilibrio di una certa delicatezza comunicativa. Quasi fosse un moderno e giovane T.D. Lemon Novecento di Alessandro Baricco, dinnanzi allo sguardo incredulo di Jack si srotola un asfissiante Infinito e l’ostacolo più grande si rivela essere la stessa condizione di libertà, cioè il dover gestire una quantità di nuove e improvvise informazioni di cui non si riesce a intravedere la fine.
Ma Room è anche e soprattutto un film di prospettiva. Abrahamson gioca continuamente con la specularità tra madre e figlio, palesando per intero le loro rispettive gamme emotive e finendo con il portare alla luce (letteralmente) un inaspettato ribaltamento di ruoli, per mezzo del quale si rafforza la definizione del loro legame di sangue come ancora di salvezza reciproca. In modo simile, riesce difficile allo spettatore giudicare nitidamente un luogo rispetto a un altro: la “Stanza” e il mondo esterno si contendono fino alla fine lo status di ‘ambiente sicuro’ tra i risvolti di quella che si dimostra essere un’incredibilmente accurata, elegante ed emotiva illusione ottica sul grande schermo.

Rating_Cineavatar_4-5

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