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BROOKYLN, tra amore e speranza

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1952. Eilis Lacey è irlandese, è giovane, di buona famiglia, vive con madre e sorella in un paesino dalle poche prospettive. Il giorno in cui parte per l’America nessuno si stupisce, alcuni sono sollevati, e il cuore di lei trabocca sogni. Arrivare a Brooklyn negli anni’50 voleva dire sopravvivere ad una transoceanica massacrante e passare per il traumatico vaglio di Ellis Island, inserirsi in una comunità ben radicata e compatta, godere di ottima salute fisica e avere una forza interiore granitica. Eilis inizialmente soffre per la troppa distanza che la separa da casa e per l’imponenza della città in cui si ritrova ma è una combattente e non di dà per vinta: trova un lavoro, studia, s’integra e un giorno incontra pure un bravo ragazzo di cui s’innamora. Come nei migliori drammi a sfondo sentimentale quando s’intravede un raggio di sole all’orizzonte, è il momento in cui la tragedia irrompe sulla scena e Eilis non sfuggirà a questo schema. Ce la farà?

Brookyln racconta la storia di una delle tante giovani emigrate nel Nuovo Mondo con la speranza di una vita migliore, che faticando l’ha ottenuta e, alla fine, si è sentita a casa più nel paese ospite che in quello di origine. Ma Brookyln è anche una storia di crescita, emancipazione, in una realtà molto dura com’era quella dei primi anni ’50 (in particolar modo a New York), di una ragazza che diventa donna, moderna, cosmopolita. E Brookyln è l’ennesima storia che affonda le sue radici in un terreno che il cinema ha spesso esplorato e in cui ha radicato non poche vicende di amore e successo, che hanno toccato il cuore degli spettatori.

Photo: courtesy of 20th Century Fox Italia
Photo: courtesy of 20th Century Fox Italia

Basato sull’omonimo romanzo di Colm Tóibín, il film diretto da John Crowley, finito sotto i riflettori la notte degli Oscar® grazie all’interpretazione della brava Saoirse Ronan, ha una di quelle trame, incentrate sulla lotta e rivincita, sullo scontro (o l’incontro) tra sogni e realtà, che non smettono mai di piacere e avvincere l’audience. Ha una scenografia che ci riporta indietro con quella patina retrò che ci fa percepire la distanza tra presente e passato, ma non ci impedisce di sentire il profumo (o l’odore) dell’aria di un tempo che fu, e senza schiamazzi o scene cosiddette ad effetto ci fa sperare e sospirare per la sorte della nostra eroina. E soprattutto ha il pregio di scorrere, in alcuni momenti corre, in altri frenare e farci attendere, per poi riprendere la sua corsa verso un epilogo non scontato.

I tempi della narrazione sembrano cadenzati con un metronomo per evitare eccessive accelerazioni e conseguenti brusche frenate, le parole sono misurate, gli sguardi attenti, i dettagli studiati, in Brooklyn tutto è calcolato per non straziare il cuore di chi guarda ma intrattenerlo con dolcezza (non a caso la sceneggiatura porta la firma di Nick Hornby). La pellicola si candida quindi a sedurre un pubblico vario, in cerca di melodrammi eleganti e di gusto che non stupiscano ne addolorino. L’Academy ha subito il suo fascino, ora tocca agli spettatori.

Vissia Menza

 

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