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IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO 2, la recensione

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A 14 anni di distanza dall’uscita del primo film, torna al cinema la famiglia più pazza e bizzarra di Chicago nella nuova esilarante commedia Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco 2.

Dopo le nozze con Ian, Toula è diventata mamma e deve affrontare i problemi della vita coniugale e il delicato rapporto con la figlia. Ma a trascinare la protagonista in un vortice di movimentate situazioni è l’improvviso sposalizio dei genitori che scoprono senza un apparente motivo di non essere uniti legalmente in matrimonio. Non resta quindi che riunire una seconda volta i numerosi parenti per organizzare quella che sembra una missione quasi impossibile. C’è spazio anche per lo sviluppo di una trama parallela dedicata alla figlia adolescente di Toula, Paris (Elena Kampouris), che deve scegliere l’università e nel frattempo trovare una dimensione di equilibrio tra la sua quotidianità e la presenza ingombrante della famiglia greca.

Con un escamotage scontato e prevedibile utilizzato per far decollare la storia, la pellicola è costruita sulla metrica e l’estetica di una soap opera seriale ed episodica che ribadisce gli stessi concetti e replica la messa in scena del progetto originale, con un ritmo meno sostenuto e un coinvolgimento emotivo alquanto carente.
Riproponendo le stesse atmosfere comiche e surreali del primo lungometraggio, il passaggio di timone registico da Joel Zwick a Kirk Jones (Che cosa aspettarsi quando si aspetta, Svegliati Ned) non sortisce un effetto particolarmente innovativo al sequel poiché lo stile e le dinamiche narrative vengono riprese in maniera fedele e canonica dal suo predecessore.

Photo: courtesy of Universal Pictures
Photo: courtesy of Universal Pictures

È interessante però rivedere una famiglia goliardica, stralunata e fuori dagli schemi, inserita all’interno di una società moderna ed emancipata come quella statunitense. Il mio grosso grasso matrimonio greco 2 ricalca le orme della famiglia Banks ne “Il padre della sposa” di Vincent Minnelli (oggetto del remake del 1991 con Steve Martin e Diane Keaton) con la sostanziale differenza che i Portokalos sono greci e vivono nella loro aura felice da onesti cittadini sul suolo americano.

Il fenomeno dell’integrazione viene ancora una volta riletto in chiave caricaturale, facendo emergere il lato fin troppo eccessivo degli stereotipi che dominano da sempre la cultura di massa e alimentano il problema dell’eterna diatriba legata alla provenienza e alle disuguaglianze territoriali (America e Europa, Nord e Sud ecc). Jones si cimenta in modo dissoluto nell’operazione di mettere a confronto due paesi diversi: la Grecia da una parte, gli Stati Uniti dall’altra, ciascuno convinto che il rispetto delle proprie tradizioni sia una giusta consuetudine, basata su un credo reciproco difficile da plasmare.

Interpretato da un cast sempre brillante, in cui spicca Michael Costantine nel ruolo del “Pater familias” iper protettivo e presente, il film è sorretto dalla presenza scenica di Nia Vardalos, impegnata nella doppia veste di sceneggiatrice e attrice, che grazie alla sua immancabile energia, e ad una comicità spontanea, riesce a dare una scossa alla pellicola (dove la partecipazione di John Corbett, alias Ian Miller, è sottotono e piuttosto marginale), nonostante grandi limiti di costruzione e un confuso, quanto disordinato, concepimento. Il risultato è un prodotto d’intrattenimento leggero ed effervescente che vive nel mito e nel successo del suo precursore, grazie all’uso degli ingredienti vincenti adoperati in passato per trascinare il pubblico nel cuore di un avventura travolgente e di un nuovo stravagante banchetto di nozze.

Andrea Rurali & Alberto Vella
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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