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LAND OF MINE, sino a dove ci può spingere l’odio?

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Ci sono avvenimenti della nostra storia che vorremmo dimenticare. Tanta la vergona, l’incredulità, la voglia di andare avanti e dimostrare di essere migliori di ciò che è stato. Non c’è nazione coinvolta nel secondo conflitto mondiale che possa esimersi da quest’assunto. Ancora oggi, a settant’anni di distanza, si scoprono pagine mai lette di cui, appunto, qualcuno prova tuttora disagio. Anche la pacifica Danimarca, non pronta a fronteggiare gli eventi, ha subito un’invasione dalle conseguenze disastrose (quasi due milioni di mine antiuomo insabbiate sulle sue coste), ha reagito in modo inaspettato ed è riuscita ad arrivare ad oggi senza che la eco di quei fatti giungesse alle nostre orecchie.

Nel maggio del 1945 l’appena liberata Danimarca aveva il problema di rimuovere un numero esorbitante di mine dal proprio litorale e per svolgere un’impresa, che si presentava di dimensioni titaniche, decise di utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi, ovviamente. Il problema è che essi erano per lo più adolescenti neppure maggiorenni del tutto inesperti, ignari di cosa fosse la vita e il mondo che li circondava. Metà di loro non fece ritorno a casa. L’altra metà, malnutrita e mal tratta, passò da una spiaggia all’altra a rischiare la pelle sino all’ultimo ordigno.

Il dramma che sorge in situazioni simili è dato dalla coscienza che prima o poi farà capolino e rivendicherà il suo ruolo. La sete di vendetta, la frustrazione, la logica distorta dalla rabbia a quel punto dovrà fronteggiare un dirompente senso di umanità e il ritorno della razionalità. Ciò è esattamente quello che capita al sergente Rasmussen (l’astro nascente Roland Moller), il protagonista del film Land of Mine (Sotto la Sabbia): solo, su un’idilliaca spiaggia da bonificare con l’aiuto di quattordici ragazzini che hanno paura di morire, sognano di fare i muratori e invocano il nome della madre quando sono agonizzanti.

Photo: courtesy of Notorious Pictures
Photo: courtesy of Notorious Pictures

Travolto dagli eventi, inizialmente Rasmussen tratta il gruppo come persone consapevoli che devono espiare le proprie colpe e a questa convinzione ci si aggrappa fintanto che gli è possibile. La cecità non dura però a lungo: il tempo e l’isolamento faranno crollare presto questi filtri a favore del senso della misura, dell’indulgenza e, perché no, del perdono. I potenti avevano ridotto l’Europa in uno stato abominevole, i singoli hanno imparato a lasciarsi alle spalle il passato e sono tornati alla vita.

Il film diretto da Martin Zandvliet ha una luminosità quasi accecante, si svolge di giorno, all’aperto, durante la bella stagione e più s’instaura un rapporto tra queste anime sofferenti più splende il sole, cosa che accresce la tensione e rende surreale una situazione che odora di morte dal primo all’ultimo minuto. Il regista non giudica e neppure fa leva sulla nostra pietas, focalizza sulla paura, lo spirito di sopravvivenza, la fiducia e l’amicizia. Sono gli umani (ri)sentimenti, e la loro evoluzione, il fulcro della storia ed a disarmarci: vedere la quotidianità di un manipolo di ragazzi senza futuro rende ai nostri occhi ancora più intollerabile la follia nazista e ciò che ne conseguì.

Fino a dove possiamo arrivare spinti dall’odio e dal rancore? Sino a quando i figli dovranno pagare per gli errori dei padri? Esiste un momento giusto per perdonare? Molti sono gli spunti di riflessione offerti da Land of Mine, un film fine e attento, che misura le parole ma non fa sconti, tremendo nei fatti che porta alla luce, toccante nell’umanità che comunica, in grado di soffrire al fianco dei giovani protagonisti e mettere a dura prova il vostro concetto di giusto, sbagliato, vendetta, diritti e doveri. E con i tempi che corrono, mai opera fu più salutare: non dimenticare il passato, andare sempre avanti e – si spera – diventare persone (e un popolo) migliori.

Vissia Menza

 

 

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