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UN PAESE QUASI PERFETTO, la recensione

Un paese quasi perfetto_poster

Il cinema italiano torna ad affrontare il tema della crisi e dell’eterna contesa tra nord e sud, con una vena comica e un umorismo esponenziale, nel nuovo film di Massimo Gaudioso Un paese quasi perfetto.

Nel cuore delle Dolomiti lucane, nel comune ‘fantasioso’ di Pietramezzana in Basilicata, un gruppo di operai specializzati viene lasciato in cassa integrazione. Piegati davanti alla triste realtà ma pronti a reagire per riscattarsi, Domenico, Nicola e Michele decidono di costruire una fabbrica nel sito in cui un tempo sorgeva un’importante miniera. Il progetto di realizzazione prevede un’ingente somma di denaro e e la presenza in loco di un medico che in paese manca da diversi anni. A prendere in considerazione la richiesta è il Dottor Gianluca Terragni (Fabio Volo), giovane chirurgo plastico milanese, convinto di essere giunto in meridione per accertarsi solamente dello stato di salute dei suoi pazienti ed ignaro, in realtà, di quanto accaduto. La verità è destinata a venire a galla e quando il paese si ritrova sull’orlo del lastrico per il negato consenso dell’apertura della nuova attività, Gianluca avrà un’illuminazione…

Sceneggiatore di grande esperienza ed autore di svariati copioni per i film di Matteo Garrone, Daniele Ciprì e Carlo Vedone, Gaudioso torna dietro la macchina da pressa dopo Il Caricatore e La vita è una sola per dirigere una commedia dolce e amara basata su una storia che ha origine al di fuori dei confini nazionali: Un Paese Quasi Perfetto è il rifacimento de La Grande Seduzione, pellicola franco-canadese diretta da Jean-François Pouliot, che cerca di ricalcare la formula di successo del ‘remake straniero’, già utilizzata in passato da Luca Miniero con Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord.

In bilico tra il racconto reale in salsa retrò e una dimensione tipicamente favolistica, il lungometraggio fa leva sulla padronanza recitativa dei suoi attori, in particolare Fabio Volo (Casomai, Manuale d’amore 2, Studio Illegale), Silvio Orlando (Nirvana, La stanza del figlio) e Carlo Buccirosso (Noi e la Giulia, La Grande Bellezza, Song’e Napule) che sono abili nel gestire lo spazio scenico e donano alle rispettive interpretazioni un carattere tangibile, pur non trovando nel quadro situazionale e nello spaccato dell’Italia rappresentato dal regista una collocazione ideale.

L’intento di incarnare i vizi e i virtù di una nazione soffocata dalle difficoltà e attraversata dalle sventure sociali come la perdita del lavoro e dell’abbandono dei paesi da parte dei disoccupati, risulta concreto ma al tempo stesso eccessivamente stereotipato, reso caricaturale ed iperbolico dalle caratterizzazioni dei personaggi che faticano a preservare una propria autenticità. Nonostante una carenza nella costruzione, che parte dalla scrittura per poi spostarsi sui protagonisti, la messa in scena ha la capacità di catalizzare l’attenzione del pubblico, rendendo la narrazione piuttosto scorrevole e divertente.

Restano, dunque, presenti gli elementi che da sempre classificano la commedia all’italiana e il continuo interesse ad affrontare i problemi di attualità dimostra come, ancora oggi, sia vivo l’attaccamento alla cultura e alla tradizione del cinema degli anni ’50, amato e apprezzato in tutto il mondo. Un modello indiscusso e tramandato che Gaudioso cerca di riproporre ma fatica a concretizzare, restando più legato al percorso di rilettura di un format, quello del remake, sullo stile dei suoi più recenti predecessori. Benvenuti al Sud docet.

Andrea Rurali & Alberto Vella
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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