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Doisneau: un gioco di sguardi

«Spetta ai fotografi, gli archeologi della superficie, di “seguire, con la loro macchina, le tracce degli oggetti silenziosi e di estrarre dall’abbondanza infinita un pezzo d’esistenza, un frammento che, staccato dal disordine, diventa nuovo, puro, mai visto”».[1]

Mi immagino Doisneau come un uomo pacato e composto, un fotografo silenzioso dallo sguardo timido. Lo capisco dalle inquadrature: scatti rubati, frutto di un occhio attento e capace di aspettare il momento giusto. Un occhio paziente, pronto a cogliere il brillare improvviso di un istante di pura bellezza. Ma un occhio che si tiene a distanza, fuori dall’azione, fuori dalla vita: puro e semplice osservatore. Il voyeur di una Parigi sopravvissuta alla seconda guerra mondiale. Mi colpisce l’aria: come un respiro tattile, tangibile, tra l’obbiettivo e i protagonisti, tra me e la pellicola velata dal tempo. Uno spazio, una distanza di sicurezza data dalla timidezza che non permette a Doisneau di arrischiarsi a scattare da vicino, ma che al tempo stesso consente una presa di coscienza sull’atto stesso del guardare. Io che sbircio nella fotografia come da una finestra su un altro mondo; Doisneau che osserva da lontano un gruppo persone raggruppate sull’uscio di una casa; questi che guardano – con stupore? Curiosità? Divertimento? Chissà – un punto fuori campo. Fotografie prese al volo, rubate, che sembrano tuttavia frutto di una regia sapiente in cui grande vero protagonista resta il gioco di sguardi. Fotografie che fanno da specchio a una realtà in cui tutti abbiamo una parte, come in un film o su un palcoscenico: noi che le studiamo oggi non siamo che l’ultimo anello in questo gioco di riguardi e interpretazioni.

Robert Doisneau Il bacio dell’Hôtel de Ville, 1950 © Atelier Robert Doisneau
Robert Doisneau
Il bacio dell’Hôtel de Ville, 1950 © Atelier Robert Doisneau

Così mi accosto, più vicino, ancora un po’. Come a voler compensare quella strana distanza che un po’ mi mette a disagio. Voglio osservare meglio questi personaggi in bianco e nero, questa gente che si guarda e si cerca nel caleidoscopio di una città fatta dei sogni e dei desideri dei propri abitanti. Un ragazza che disegna per terra con un gesso, un cagnolino al guinzaglio, una vecchietta che aspetta. Persone, strade, panchine. Bambini che si sfidano camminando sulle mani. Mi sorprendo a soffermarmi sulle linee delle case, sugli angoli a gomito delle vie. Quanti fiori su quel davanzale, che strano arredamento dentro quella stanza. Penso che la vita di oggi, così frenetica, così isterica, ci costringe a tendere al risparmio: quando volgiamo lo sguardo su qualcosa, ci concentriamo solo sul soggetto, dimenticandoci dello sfondo. Ma lo sfondo è importante. Ci aiuta a capire la realtà, ci fornisce una chiave di lettura. Così in queste foto lo sfondo, l’ambiente, sembra unire i personaggi: riallaccia i rapporti tra le persone, riempie con la sua presenza quei vuoti che la guerra ha causato con le sue atrocità, dividendo profondamente gli uomini. Lo sfondo ricostruisce.

Robert Doisneau L'informazione scolastica, Parigi, 1956 © Atelier Robert Doisneau
Robert Doisneau
L’informazione scolastica, Parigi, 1956 © Atelier Robert Doisneau

Mi catturano le due installazioni sul fondo della sala: enormi cartelloni composti da fotografie scattate da diverse angolazioni, su scale differenti. Poster, collage, veri e propri montaggi cinematografici che se da una parte restituiscono il brulicare della vita di città, dall’altra la fissano a un istante senza tempo. È il potere eternizzante della fotografia: raccoglie un attimo e lo immortala per sempre con quella forza mista di ricordo e dolce malinconia. Le fotografie sono l’emblema, il crogiuolo dove si annida la nostra memoria condivisa. Catturano il tempo per restituirlo a piccole dosi, sottoforma di ricordi.

«Le fotografie che mi interessano e che trovo riuscite sono quelle che non arrivano mai a una conclusione, che non raccontano una storia fino in fondo, ma rimangono aperte per permettere anche allo spettatore di fare un pezzo di strada con l’immagine, di continuarla a piacimento, una specie di trampolino dei sogni.»[2]

INFORMAZIONI:

Robert Doisneau. Le Meravilleux Quotidien

Arengario di Monza

Fino al 3 luglio 2016

www.arengariomonzafoto.com


[1] G. Didi-Huberman, Ninfa moderna. saggio sul panneggio caduto, Il Saggiatore, Milano 2004, p.64.

[2] R. Doisneau.

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