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X-MEN: APOCALISSE, la recensione del film di Bryan Singer

X-Men Apocalisse - Photo: courtesy of 20th Century Foxdi proprietà di Nicola Fiorentino
X-Men Apocalisse – Photo: courtesy of 20th Century Fox

Distruggere per costruire. Un’azione legata a un pensiero, un pensiero legato ad un principio. È questo il comandamento che sta alla base di X-Men: Apocalisse e metaforicamente alla saga stessa dei mutanti. Se da un lato l’affermazione può rappresentare il fondamento di un’ideale morale e metodico, che in alcuni casi diventa prerogativa di dottrine politiche (come storicamente accaduto nei regimi), dall’altro sostiene una libera riflessione maturata da una visione più ampia della realtà e frutto di una mera constatazione. In sintesi, teoria che diventa pratica da una parte, e teoria che rimane tale dall’altra.

“A volte per creare… Bisogna prima distruggere” diceva David, l’androide impersonato da Michael Fassbender in Prometheus di Ridley Scott. A ribadirlo questa volta è En Sabah Nur, semidio dell’antico Egitto e primo mutante della storia (incarnato da Oscar Isaac) che dopo essersi risvegliato da un sonno secolare è tornato per rivendicare il suo potere e ripristinare l’ordine nel pianeta. Disilluso dalla visione di un mondo piegato dai media e dalle istituzioni, all’interno del quale convivono falsi dei e uomini che millantano onnipotenza, Apocalisse non lesina nella sua mente la volontà di estirpare il male a favore della creazione di un nuovo ordine, per rifondare la terra dalle sue stesse viscere. L’eterno conflitto tra bene e male, giustizia e illegalità, uguaglianza e diversità, trova dimora nel film di Bryan Singer, artefice e traghettatore di una saga solida ed omogenea, rapsodica ed entusiasmante, che conferma la grande perizia e l’operato paziente del regista in oltre un decennio di lavoro.

X-Men Apocalisse - Photo: courtesy of 20th Century Foxdi proprietà di Nicola Fiorentino
X-Men: Apocalisse – Photo: courtesy of 20th Century Fox

Il cosmo dei mutanti è tra i più affascinanti e complessi dei fumetti Marvel e in certo senso viaggia su binari differenti rispetto ai suoi ‘simili’: per quanto diversi geneticamente dagli umani, gli X-Men sono figli di un cultura discriminatoria radicata nella nostra civiltà, concepita secondo una logica selezione naturale e una netta opposizione legata al colore della pelle, alla provenienza geografica o, come nel caso dei soggetti in questione, da un fattore congenito nel DNA. La vera forza degli allievi di Charles Xavier (James McAvoy) sta proprio nella loro coesione all’interno di una confraternita, una congregazione con uno preciso “status quo” in cui l’importante è avere la convinzione che per sopravvivere bisogna restare uniti. Ma talvolta, anche se non c’è guerra non c’è pace, e per trovarla le insidie sono minate lungo il cammino. Singer ha cognizione di causa e scatena un sisma globale, una vera e propria apocalisse, servendosi di un villain dal nome emblematico: magnetico, imperturbabile e composto nella sua ira, l’invincibile nemesi recluta quattro cavalieri, tra cui un prostrato e furioso Magneto (Michael Fassbender), per compiere il suo atroce e terrificante piano. Sarà Raven, alias Mystica (Jennifer Lawrence), a guidare la controffensiva insieme alle giovani reclute per evitare l’estinzione dell’umanità. Il suo personaggio gioca un ruolo chiave all’inizio della battaglia, diventando una figura carismatica e un leader emotivo, un esempio da seguire per coloro che si trovano a combattere, per la prima volta, in difesa di un diritto imprescindibile: la ragione di esistere. Nella catarsi epica della battaglia e nei frangenti conclusivi, la lezione impartita da Xavier a Jean Grey (Sophie Turner) farà emergere nella telepate tutto il suo straordinario potenziale, dimostrando quanto l’esito di un conflitto dipenda non solo dalle armi impiegate ma dall’uso strategico della ‘mente’.

X-Men Apocalisse - Photo: courtesy of 20th Century Foxdi proprietà di Nicola Fiorentino
X-Men: Apocalisse – Photo: courtesy of 20th Century Fox

Grazie al percorso di dialisi ‘rinnovativa’ avviato da Matthew Vaughn con X-Men: L’Inizio, Bryan Singer imprime con sapienza, senso del mestiere e una notevole esperienza, una sferzata di assestamento alla seconda trilogia spirituale e porta a compimento definitivo il passaggio tra gli storici attori del franchise e le fiorenti leve. Ellittico nella sintassi ma meticoloso ed attento nella prosa, il regista americano confeziona un blockbuster compatto ed esaltante, con rimandi alla mitologia egizia, consapevole dei propri mezzi e coerente con i suoi predecessori.

Cavalcando l’onda morale di Batman V Superman: Dawn of Justice e la scia narrativa di Captain America: Civil War, X-Men: Apocalisse preserva una propria integrità estetica e filosofica e lascia spazio ai protagonisti di interagire, dialogare, confrontarsi e scontrarsi. Con la complicità di Simon Kinberg, Michael Dougherty e Dan Harris nella stesura dello script, il filmmaker dona ai supereroi una dimensione quasi shakespeariana, un alone drammaturgico che enfatizza le caratterizzazioni fino a renderle più intime e concede incursioni nel loro quadro psicologico.

Il lungometraggio è un diadema cinematografico di strepitoso impatto visivo, enfatizzato da effetti speciali all’avanguardia e sviluppato secondo una sceneggiatura che mescola le linee temporali con abilità espositiva, in un concentrato di azione e introspezione che favorisce la spettacolarizzazione dell’intera vicenda. Magistrale la tenuta registica di Singer e i virtuosismi nella creazione delle scene, in particolare la sequenza al rallenty di Quicksilver (Evan Peters), studiata nel dettaglio e riproposta con un taglio più esteso rispetto all’antecedente in X-Men – Giorni di Un Futuro Passato, e quella dell’immortale Wolverine (Hugh Jackman), in fuga dal bunker del colonnello Stryker, che sembra estratta dai primi capitoli della serie.

X-Men Apocalisse - Photo: courtesy of 20th Century Foxdi proprietà di Nicola Fiorentino
X-Men: Apocalisse – Photo: courtesy of 20th Century Fox

Aprendo a un discorso più specifico e allargato nell’orbita dei cine-fumetti, è difficile trovare una via campionaria condivisibile che possa mettere d’accordo le maggiori contrade produttive (Marvel, Warner Bros, Fox), ma in virtù di un’offerta eterogenea e stratificata da proporre sul mercato la scelta di adottare un approccio variegato diventa l’unica soluzione possibile. Croce e delizia di una stessa medaglia, i cinecomic alimentano costantemente il dibattito tra i fan e i sostenitori più accaniti, portandoli a schierarsi a favore di una frontiera editoriale e, inevitabilmente, di una major. Una questione di gusto e di stile, di preferenze e di forme d’interpretazione, per una disputa che non avrà mai fine, proprio come l’avventura dei supereroi sul grande schermo.

Andrea Rurali
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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