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Speciale Cannes 2016: i vincitori di Un Certain Regard

Le Jury et les lauréats de la Sélection Un Certain Regard © Mathilde Petit / FDC
Le Jury et les lauréats de la Sélection Un Certain Regard © Mathilde Petit / FDC

Anche per il 2016 il spario è calato sulla sezione Un Certain Regard del Festival de Cannes. Questa 69° edizione ha visto concorrere nella sua categoria 18 film di 20 nazionalità differenti, 7 dei quali erano debutti in regia. Alcuni erano davvero bizzarri, altri avrebbero potuto esprimersi meglio, altri ancora sono stati una vera sorpresa.

Sul podio vediamo salire cinque opere, e per alcune di esse abbiamo fatto il tifo sin dall’inizio.

Il Premio Un Certain Regard di quest’anno è andato a HYMYILEVÄ MIES (The Happiest Day in the Life of Olli Mäki) di Juho Kuosmanen.

Il riconoscimento più ambito e se lo aggiudica una pellicola che ci porta lontano, in Finlandia, indietro nel tempo sino al 1962, al seguito del primo finlandese ammesso nella competizione mondiale dei pesi piuma, Olli Maki. Olli Maki era un panettiere, era un dilettante, era un aspirante professionista che un giorno si ritrovò a combattere contro il campione americano Davey Moore. Il risultato non fu un successo. Sullo sfondo una realtà semplice, non sfarzosa, in cui sognare di cambiare vita era normale.

A sbaragliare la concorrenza è stata l’originalità della trama, la predilezione per il dietro le quinte, e quella messa in scena in uno squisito bianco e nero. Un po’ commedia malinconica e un po’ delicato dramma, HYMYILEVÄ MIES è l’ennesima conferma della presenza di una nuova corrente di cinema nordico che sa sorprendere le calde sponde del Mar Mediterraneo. La platea di Cannes ne è rimasta rapita, aspettiamo solo arrivi nei nostri cinema.

Il Premio della Giuria è stato invece assegnato a FUCHI NI TATSU (Harmonium) di Fukada Kôji, un titolo di cui sin dal primo screening si è sentito parlare.

Un dramma familiare che parla di rapporti coniugali e genitoriali, di karma e di colpa. Un racconto che ci porta nella vita di persone normalli in cui, di nuovo, non vi è traccia di ricchezza e sfarzo. Il ménage dei coniugi Toshio e Akie verrà scosso dalla comparsa di Yasaka, un vecchio conoscente di Toshio a cui l’uomo offre un lavoro e ospitalità. Quella presenza scardinerà gli equilibri e si rivelerà una vera intrusione fisica e psicologica.

Quello di Fukada Kôji è un cinema colto, costruito con attenzione, è intelligente e fine, forse non per tutti ma in grado di conquistare quella parte di audience famelica di lungometraggi ricercati, non roboanti e fuori dal circuito mainstream.

Il Premio per la migliore regia se l’è aggiudicato Matt Ross per il suo CAPTAIN FANTASTIC.

Storia di un padre e sei figli, isolati da oltre una decade sulle montagne dove alternano sessioni di caccia alla lettura di testi di letteratura, filosofia e fisica. Sono uniti, sono colti, sono forti e preparati ma il giorno in cui sono costretti a fare un’incursione nel mondo che tutti conosciamo emergeranno le differenze, i limiti e le mancanze di una scelta tanto radicale.

Il loro primo impatto con un fast-food e con la X-box è esilarante. Le conseguenze del consumismo estremo, dall’uso sconsiderato dello smartphone e di Wikipedia son evidenti, ci fanno ridere e ci offrono spunti per una riflessione seria. Si parla di responsabilità genitoriali, di stili di vita, di errori, di sogni e di speranze. E ancora, si parla di spirito critico, di osservazione e conoscenza della realtà. Il film di Ross non è solo indie, è tremendamente intelligente. Una colonna sonora da urlo, una fotografia avvolgente e una trama avvincente, fanno il resto. Da vedere. [QUI la recensione]

Il Premio migliore sceneggiatura è andato al duo Delphine Coulin e Muriel Coulin per VOIR DU PAYS (The Stopover).

Protagoniste sono Aurore e Muriel due amiche d’infanzia che hanno condiviso gli orrori del fronte. Con i commilitoni stanno rientrando dall’Afghanistan e ora sono nella cosiddetta fase di decompressione, sull’isola di Cipro, in un hotel a 5 stelle. Lo scopo è quello di affrontare i traumi durante sessioni di gruppo alla presenza di psicoterapeuti per poter rincasare lasciandosi la guerra alle spalle.

Il confronto con i turisti sarà impietoso. Il rapporto con le persone “normali” e quello coi compagni sarà sbilanciato, il voler tornare ad essere semplicemente giovani e spensierate non sortirà gli effetti sperati, e il tentativo di accantonare violenza, ricordi e sensi di colpa non sarà scontato. La prospettiva di Voir du Pays è unica e non banale, le immagini di combattimento son solo virtuali, il dramma di un manipolo di giovani si dispiega con ritmo coinvolgendo lo spettatore [molte più righe in arrivo].

Da ultimo, il Premio Speciale Un Certain Regard se l’è portato a casa un film di animazione: LA TORTUE ROUGE (The Red Turtle) di Michael Dudok de Wit.

Un naufrago si ritrova solo in un paradiso tropicale, in cui deve sopravvivere e trovar il modo per andarsene. L’impresa sarà resa ancora più difficoltosa da una tartaruga rossa. Il giorno in cui l’uomo pare avere la meglio sull’animale, una misteriosa ragazza compare sull’isola. Novelli Adamo ed Eva, i due rimarranno in quel luogo e riusciranno a creare una famiglia. 

Coprodotto dal famoso Studio Ghibli, il lungometraggio è senza dialoghi e con poesia narra una storia di crescita.

Vissia Menza

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