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COLONIA, la recensione del film con Emma Watson e Daniel Brühl

Colonia - Photo: courtesy of Good Films
Il poster italiano di Colonia

È difficile creare un’opera storica che appaia realistica, fedele e plausibile quando gli eventi da cui si parte sono talmente pazzeschi da risultare quasi incredibili anche di fronte a testimonianze tangibili.

Presentato al Toronto International Film Festival 2015, Colonia trae ispirazione dalla storia vera della Colonia Dignidad, costruita in Cile negli anni ’70. Dopo il colpo di stato militare, avvenuto nel 1973, il paese è nel caos e la polizia di Pinochet cerca di eliminare ogni focolaio di ribellione con la violenza. Tra le vittime ci sono Daniel e Lena, una giovane coppia di oppositori al regime. Quando Daniel (Daniel Brühl) viene rapito e portato nella Colonia Dignitad, Lena (Emma Watson) decide di seguirlo e farsi accettare all’interno della comunità con l’obiettivo di salvare il suo amato e riportarlo a casa. Apparentemente, infatti, la colonia è una missione sotto la guida del pastore Paul Schäfer ma, in realtà, si rivela un luogo segreto in cui il governo esercita la tortura per ottenere informazioni dai ribelli. Un posto duro e pieno di insidie, da cui nessuno è mai uscito.

Il premio Oscar Florian Gallenberger (miglior cortometraggio nel 2000 per Quiero Ser) e lo sceneggiatore Torsten Wenzel si sono serviti di due personaggi inventati, Lena e Daniel, per raccontare con fedeltà la vita e gli orrori all’interno della Colonia.
Sgombriamo ogni dubbio: la pellicola dimostra una certa bontà e funziona, riuscendo ad appassionare il pubblico con un discreto livello di tensione e grazie a una regia in grado di equilibrare al meglio i tempi narrativi. I due attori protagonisti sono perfettamente inseriti nel contesto filmico e, nonostante Gallenberger si soffermi troppo su giochi di sguardi non sempre funzionali e spesso enfatici, quando condividono l’inquadratura il lungometraggio sembra avere una marcia in più in termini emotivi. Emma Watson sfodera un’interpretazione mite e delicata; i sentimenti da lei provati sono tanti ma fatica a raggiungere quella sofferenza necessaria ai fini della vicenda. Colonia si regge, però, sulle spalle del grande Michael Nyqvist, che incarna il terribile Schäfer, capace di donare pathos drammatico ad un villain decisamente adatto e confacente.

Colonia - Photo: courtesy of Good Films
Colonia – Photo: courtesy of Good Films

I temi della follia istituzionale, religiosa e fanatica, s’intrecciano con i meccanismi di dominazione e gestione del potere, imbastendo un discorso più distopico che storico. Non è un compito semplice gestire una narrazione tanto impensabile quanto inquietante e superare il problema legato alla verosimiglianza dei fatti per renderli estremamente attendibili agli occhi dello spettatore. Il sentiero percorso da Colonia è più vicino a quello intrapreso in The Village e in Wayward Pines o nei thriller di matrice fantapolitica piuttosto che a quello affrontato nei film di denuncia. Ed è spiazzante perché in più punti si sente il bisogno di ricordare a sé stessi che, quella che si sta vedendo, è una parentesi vera, accaduta, e non il frutto di una finzione scritta a tavolino per creare adrenalina (o almeno non totalmente). Sta, dunque, alla sensibilità di ogni singolo individuo decidere se questo sia un pregio o un difetto.

Consigliato a: chi è affascinato dagli orrori della storia e vuole trascorrere due ore di puro intrattenimento.

Gabriele Lingiardi
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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