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THE GIRL WITH ALL THE GIFTS inaugura Locarno 2016

Recensione del film THE GIRL WITH ALL THE GIFTS di Colm McCarthy

Photo: courtesy of Locarno film Festival
Sennia Nanua in THE GIRL WITH ALL THE GIFTS – Photo: courtesy of Locarno film Festival

Narra il mito greco che Pandora fu inviata da Zeus sulla Terra per sedurre l’impulsivo e imprevidente Epimeteo: quest’ultimo, rapito dalla perfezione della ragazza, se ne innamorò e la sposò. Il dono di nozze di Zeus fu il famoso Vaso contenente tutti i mali, aperto da Pandora, che condannò così il mondo lasciandolo aggrappato soltanto ad un filo di Speranza.
E’ proprio Pandora la “ragazza con tutti i doni” a cui si riferisce il titolo del film dello scozzese Colm McCarthy (Peaky Blinders), che apre la 69° edizione del Festival di Locarno e che proietta l’umanità in una rinnovata, contagiosissima vigilia della fine del mondo.

La fiammella di speranza, in un’Inghilterra rasa al suolo da un’infezione che trasforma l’uomo in infetto cannibale, si chiama Melanie (Sennia Nanua) ed è poco più che una bambina: lei, insieme a coetanei “di seconda generazione”, soffre di una forma parzialmente latente del virus ed è quindi interessantissimo oggetto di studio in un’inespugnabile base militare.
Qui Melanie e compagni vengono testati dalla scienziata Caldwell (una meravigliosa e inedita Glenn Close), istruiti ed educati dall’empatica insegnante Justineau (Gemma Arterton) e messi in riga dal severo Sergente Parks (Paddy Considine).
Quando un’orda famelica assedia e viola l’edificio, la morte e i denti dei simil-zombie risparmiano i quattro citati, catapultati per i boschi e le strade di una Londra caduta sotto i morsi di morbo e miseria.
Con al seguito una Melanie che è pericolo e risorsa, i superstiti abbracciano le armi alla ricerca di un avamposto umano, sicurezza, cibo e, soprattutto, una cura.

Photo: courtesy of Locarno film Festival
Sennia Nanua e Glenn Close in THE GIRL WITH ALL THE GIFTS – Photo: courtesy of Locarno film Festival

McCarthy dirige un racconto (nato da un progetto antologico di “short stories” fantastiche a tema scolastico) firmato dallo scrittore Mike Carey che ricorda un devoto crossover tra il tracollo londinese di 28 Giorni Dopo (Danny Boyle, 2002) e la narrazione multistrato di The Walking Dead.
Nonostante qualche passaggio di violenza morta-vivente, di suspence barcollante ed elogi “viscerali”, The Girl With All The Gifts si discosta, infatti, dichiaratamente dall’horror puro in favore di una tragica e metaforica storia di sopravvivenza, crescita ed umanità.
Pedagogica e politicizzata, la favola insanguinata del legame tra Melanie e Justineau coniuga bene paura e sentimento, portando le due affiatate protagoniste ad una sorta di “adozione” reciproca.

Nella cornice inquietante della capitale inglese, ormai territorio di caccia degli infetti, è intrigante seguire l’ambivalenza della ragazzina mostrumana, mentre l’umanità adulta e putrescente si fa da parte diventando più memento che minaccia.
McCarthy è bravo ad alternare pugni (un paio di agguati in piano sequenza niente male) e carezze (la chiusura è poesia dolce e velenosa), la sceneggiatura di Carey regge l’urto di alcuni ineludibili cliché.
E poi, quando vi ricapita una Glenn Close che si accanisce sulle cervella gelatinose di un non morto con un’acuminata scheggia di vetro? È affascinante vedere un monumento come lei mentre si “sporca le mani”, protetta dalle forze opposte degli ottimi Considine-Arterton.

Gemma Arterton in THE GIRL WITH ALL THE GIFTS - Photo: courtesy of Locarno film Festival
Gemma Arterton in THE GIRL WITH ALL THE GIFTS – Photo: courtesy of Locarno film Festival

The Girl With All The Gifts vive (e forse, per alcuni, soffre) dell’ammiccamento al genere d’orrore per mascherare ed insaporire temi di formazione, maternità, decadimento socio-morale; l’accusa di piazzare lo Z-factor come banale espediente catarifrangente viene dribblata grazie alla sinergia tra macabro e sensibile, rifinita da qualche dettaglio imprevisto (la riflessione sugli infetti di seconda generazione, le derive tribali).
Nel vicolo apparentemente cieco e morto costituito dal filone distopico e post-apocalittico, la pellicola di McCarthy trova il suo posticino affidandosi ad un cast di primo livello, sgomitando con mestiere e sollevando inattesi angolini di cuore.

Voto: 7/10

Luca Zanovello

 

 

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