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SUICIDE SQUAD, la recensione del cinecomic di David Ayer

Il poster italiano di Suicide Squad
Il poster italiano di Suicide Squad

Per parlare di Suicide Squad con razionalità bisogna uscire dalla diatriba tra fan Marvel e fan DC e provare a considerare, non più le property aziendali, ma i metodi produttivi.

Questo perché tutti gli enormi problemi di Suicide Squad si possono riassumere in un’unica causa: le scelte effettuate in post produzione. Difficile infatti dare la colpa a David Ayer per uno sviluppo delle vicende di un film confusionario e ‘alterato’.

Suicide Squad non è affatto un disastro, come definito dalla stampa americana, ma fallisce in tutto quello che aveva promesso o che, per lo meno, era auspicabile ammirare sul grande schermo.

I peggiori (nel senso di cattivi) villain dell’universo DC vengono infatti reclutati da Amanda Waller (Viola Davis), per completare le missioni che nessun supereroe oserebbe portare a termine e, attraverso azioni non proprio ortodosse, salvare il mondo dalle peggiori minacce. Una squadra suicida, disperata, folle e in cerca di redenzione, disposta a tutto pur di ottenere ciò che si propone ma, allo stesso tempo, una mina incontrollabile che potrebbe diventare, da un momento all’altro, un ulteriore ed incombente pericolo.

La pellicola arrivata al cinema però ha poco o niente di quello che voleva essere in origine, a partire da un visto censura Pg-13 (che lo rende sostanzialmente accessibile anche ai pre adolescenti) non adatto al tipo di storia da raccontare.

Suicide Squad - Photo: courtesy of Warner Bros.
Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures

Ecco che, a questo punto, entra nel vivo il dibattito sulle logiche produttive e le decisioni calate dall’alto: è noto che Suicide Squad sia passato sotto le forche caudine di pesanti reshoot che lo hanno sostanzialmente tolto dalle mani del regista. Sembra anomalo che, in un film di anti eroi, tutti i personaggi siano folli ma sostanzialmente corretti, buoni, addirittura più degli agenti governativi (critica sociale?). Così come è forte la sensazione che intere sotto trame siano state estromesse dal final cut per alleggerire i toni. Colpisce in particolare l’incoerenza stilistica tra una prima parte colorata e montata con un ritmo da trailer, e il finale, oscuro, dark e quasi indecifrabile (non si riesce a distinguere un volto nell’ultimo combattimento).

È proprio nel terzo atto che il lungometraggio perde la rotta, con una deriva smodatamente fantasy e apocalittica (dove è Batman e dove sono gli altri supereroi durante questa possibile apocalisse?). Bastava un pizzico di azzardo in più per trasformare Suicide Squad da un blockbuster senza pretese e divertente a un cinecomic veramente eccezionale. Forse era lecito attendersi una pellicola dalle atmosfere più noir, realistiche e maggiormente disperate. Come Maciste, nei peplum classici, combatteva ogni tipo di avversità, così la Task Force X avrebbe funzionato benissimo contro la malavita organizzata (genere poliziesco, vedi Daredevil), contro un serial killer (thriller), vampiri che invadono la città (horror) oppure contro un possibile errore causato dai cosiddetti ‘buoni’ (e se Superman, per errore, rischiasse di distruggere il mondo e non restassero che il peggio della società a difenderlo?). Invece la versione arrivata in sala ha optato per un risvolto insidioso ‘ordinario’ che non dà la possibilità ai cattivi di esprimersi al meglio. Eppure, tutto questo pare non coincidere con la volontà di Ayer o del comparto artistico, ma della major e di coloro che del progetto – è lecito – guardano soprattutto l’appetibilità commerciale a discapito della visione autoriale.

Suicide Squad - Photo: courtesy of Warner Bros.
Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures

Che sia meglio andare avanti a Director’s Cut in Home Video dopo l’uscita in sala dei film o allontanare i registi per divergenze creative prima di entrare in produzione è difficile da definire e spetta alla sensibilità di ciascuno. Fatto sta che il genere cinecomic rischia così di invecchiare molto più velocemente di quanto previsto inizialmente.

Suicide Squad infatti è più un grande dispiacere che un prodotto incompiuto. Alcune scene danno concedono un ampio respiro a e fanno intravedere le potenzialità dell’opera, dai molti flash back al frammento in cui i personaggi sono seduti attorno ad un tavolo e si aprono agli altri nelle loro contraddizioni, con tutti i loro fantasmi e le loro follie. La trasformazione di Enchantress (Cara Delevingne) è visivamente stupenda, così come il lavoro di Margot Robbie su Harley Quinn è apprezzabile. Ci sono brevi momenti molto forti con Batman e il Joker incarnato da Jared Leto risulta interessantissimo e originale (anche se poco sviluppato); Deadshoot è una vera sorpresa: è ben caratterizzato e ha le scene più emozionanti. Il lato estetico del lungometraggio è ottimo, gli effetti speciali sono strabilianti e la colonna sonora preserva un proprio fascino. Alcune battute sono efficaci e la pellicola nel complesso corre veloce e godibile. Ma nulla di tutto ciò riesce ad essere coerente con la scena seguente e successiva. Un mix di situazioni molto diverse tra loro, che non riescono a tramutarsi in un film totalmente solido.

Suicide Squad - Photo: courtesy of Warner Bros.
Photo: courtesy of Warner Bros. Pictures

Non ci resta che aspettare la Ultimate Edition in DVD o Blu-Ray, se mai verrà messa sul mercato, per sperare di toglierci i rimpianti e goderci finalmente la ‘bomba atomica’ concepita da Mr. Ayer (nella versione confermata dal regista)

Consigliato a: chi legge i fumetti apprezzerà Suicide Squad sicuramente più di un neofita. Coglierà più citazioni e riferimenti. Ma è giusto così?

Gabriele Lingiardi
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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