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ESCOBAR, un biglietto di sola andata per Medellin

Recensione del film ESCOBAR di Andrea di Stefano con un immenso Benicio del Toro.

Il poster italiano del film ESCOBAR
Il poster italiano del film ESCOBAR

Pablo Emilio Escobar Gaviria, detto il Re della cocaina, è considerato il più ricco e potente trafficante di droga della storia. Suo era il Cartello di Medellin, sua era La Catedral, la “prigione” che si costruì per evitare l’estradizione degli Stati Uniti, suo è il record di persone e istituzioni corrotte in giro per il globo. D’altro canto, possedeva innumerevoli proprietà immobiliari, terreni, flotte (di navi e aerei), insomma, era una super-potenza con un’organizzazione solidissima. Pablo Escobar morì nel 1993 e l’alone di leggenda che lo circondava non ha fatto che rafforzarsi. Il motivo è da ricercare nelle sue molte facce.

Chi era veramente Pablo? Era il devoto cristiano, il marito e padre premuroso, era il benefattore d’interi quartieri, era il sanguinario criminale che fece uccidere la maggiorparte dei soci in affari, era l’uomo politico (ebbe anche una parentesi in tal senso), era l’anarchico che costruì un impero con regole proprie all’interno di uno Stato, era il giudice e il boia, era tutto questo e probabilmente molto altro.

Benicio del Toro in ESCOBAR - Photo: courtesy of GOOD FILMS
Benicio del Toro in ESCOBAR – Photo: courtesy of GOOD FILMS

Oggetto di fumetti e pellicole, sia al cinema sia in televisione, Escobar torna in questi giorni su grande schermo in Escobar: Paradise Lost diretto da Andrea Di Stefano. Il noto un attore (è il protagonista de Il Principe di Hombung di Bellocchio) decide, infatti, di debuttare dietro la macchina da presa con un progetto ambizioso, come entrare nella vita e nella mente del più noto narcotrafficante che si ricordi.

E Di Stefano vince la scommessa. Il suo film riesce ad essere un biopic che attinge al vero, un thriller accelerato, un dramma inquietante. Il regista sceglie di farci vivere la storia attraverso gli occhi di uno straniero, Nick Brady, un surfista canadese, un po’ idealista, che col fratello decide di aprire una scuola di surf sulle spiagge colombiane. Il giorno in cui incontra la bella Maria sarà amore… fino alla fine dei loro giorni. Perché a loro ci penserà il “caro” zio di lei, Pablo Escobar.

Josh Hutcherson e Claudia Traisac in ESCOBAR - Photo: courtesy of GOOD FILMS
Josh Hutcherson e Claudia Traisac in ESCOBAR – Photo: courtesy of GOOD FILMS

Nick è uno stupefacente Josh Hutcherson (Hunger Games), Maria è Claudia Traisac. Le loro interpretazioni sono così convincenti da rendere l’ansia per l’incolumità della coppia a dir poco contagiosa. I loro sguardi comunicano tutta le paure di chi è in gabbia e ci fanno capire quanto un pensieroso “zio Pablo” dovesse incutere terrore. Il temibile Escobar ha invece il volto di Benicio del Toro.

Se Hutcherson e la Traisac sono una scelta felice – soprattutto Hutcherson, che nella saga di Hunger Games viveva nell’ombra di Jennifer Lawrence – è Del Toro ad apparirci immenso. L’attore riesce a donare al suo personaggio la passione di un padre, la spietatezza di un killer, l’ambiguità di un politico, la cattiveria di un pazzo sanguinario. Buca lo schermo, i suoi occhi, scuri e profondi, ci mettono a disagio (direi che il poster parli da solo).

Benicio del Toro in ESCOBAR - Photo: courtesy of GOOD FILMS
Benicio del Toro in ESCOBAR – Photo: courtesy of GOOD FILMS

Escobar: Paradise Lost è uno di quei film che si avvicinano per curiosità e poi ti folgorano. È un’opera prima le cui scelte artistiche e tecniche sopperiscono alle eventuali imperfezioni, che peraltro la storia stessa contribuisce ad elidere. È un racconto affascinante, che si addentra nei meandri di un personaggio complesso e controverso. È un lungometraggio avvincente, che si tiene distante dalle patine tipiche delle odierne fiction TV.

Quello che vedrete è un dramma d’amore, è una partita a scacchi con la morte, è un biglietto di sola andata nelle braccia del diavolo. Il suo punto di forza? In più di un’occasione Pablo vi starà simpatico e vi farà dubitare che in fondo – in fondo – era pur sempre un uomo.

Vissia Menza  

 

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