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DEMOLITION – Amare e vivere… dopo la fine 

Recensione del film drammatico Demolition con Jake Gyllenhaal e Naomi Watts

Diretto da Jean Marc Vallé, il regista di Dallas Buyers Club (il film che valse l’Oscar® a Matthew McConaughey e Jared Leto) Demolition narra la storia del giovane e fortunato Davis che un giorno perde la moglie. Apparentemente insensibile, dovrà imparare ad esternare il suo dolore. Lo farà, demolendo letteralmente tutto. Vallé ci conduce nella sofferenza del protagonista ma, al posto di travolgerci con la parabola discendente di Davis, apre la porta ad una storia parallela, l’amicizia con Karen e con il di lei giovane figlio (uno strepitoso Judah Lewis). Un aiutami-che-ti-aiuto che potrebbe affaticare l’audience anche se non arriva a compromettere la godibilità della pellicola.

Il poster italiano di Demolition
Il poster italiano di Demolition
RECENSIONE

Demolition nel senso di demolizione, distruzione sino all’ultimo pezzo della propria casa, della propria carriera, della propria vita per capire, metabolizzare un trauma e infine tornare a vivere. Per Davis, giovane mago della finanza, che sino a ieri ha avuto ogni fortuna, non sarà semplice elaborare il crollo verticale che in pochi minuti subisce la sua esistenza.

Una mattina qualunque, Davis è in auto, parla di affari al telefono, annuisce in modo assente alla bella moglie che gli ricorda di non aver riparato il frigorifero di casa, quando un veicolo lo tampona e in un lampo si ritrova in ospedale. Lui è pressoché illeso, lei non ce la fa. Come un automa, torna subito al lavoro e alla routine di sempre. Solo dopo enorme pressione della famiglia della defunta moglie, si rende conto di essere in un pantano emotivo e decide sia giunto il momento di venire a patti con sé stesso. Deve lasciar uscire quello che sente per poter ripartire. La lo fa a modo suo, in un modo molto – molto – anticonvenzionale.

Photo: courtesy of GOOD FILMS
Photo: courtesy of GOOD FILMS

Prendendo alla lettera il concetto di de-costruzione, Davis smonta tutto, a partire dal famigerato frigorifero di casa e, in una spirale discendente, si ritrova presto a demolire qualsiasi oggetto gli appartenga. E, ogni volta, si sente meglio. Alla distruzione intima e casalinga affianca un’esternazione assai bizzarra. Si sfoga scrivendo lettere, reclami riguardanti il distributore di dolciumi che in ospedale si è inceppato e non gli ha permesso di mangiare noccioline. E’ così che conosce Karen, madre single di un ragazzino problematico, di professione addetta al customer care dell’azienda che produce le trappole cattura-dolcetti.

Il regista Jean Marc Vallée, al suo settimo lungometraggio, si addentra nel meandri (a lui cari) della mente umana, dell’elaborazione del dolore, delle vite ricolme di problemi irrisolti. Dopo il successo di Dallas Buyers Club, e forte delle due candidature all’Oscar di Wild, alza ancora il tiro. Con Demolition porta avanti una storia interiore che emerge con esuberanza e forza in grado di abbattere qualsiasi muro; e, parallelamente, introduce una storia di amicizia destinata a conquistare la scena, che rischia però di aggravare lo spettatore.

Photo: courtesy of GOOD FILMS
Photo: courtesy of GOOD FILMS

Se c’è una cosa che si deve riconoscere a Vallée è la dedizione al dramma e la bravura (e coerenza) nel rappresentarlo. Il suo film parte come un’opera drammatica e prosegue come tale, ma non dimentica di stimolare la nostra curiosità.  I colpi di scena che, come in ogni racconto, danno la spinta alla narrazione, qui sono portati ad una dimensione poco spettacolare e molto realistica. Parimenti, l’ansia di scoprire se il nostro protagonista salverà prima sé stesso e poi quel ragazzino alla ricerca di una identità, e se la sua amicizia con Karen conterà su un lieto fine, non ci fa mai distrarre.

Demolition non è perfetto, è denso, ma sa trascinare. E’ forte di un cast di grande talento, grazie al quale oggi abbiamo un commento da condividere. Jake Gyllenhaal, con qualche chilo in più, trasformato nel depresso e un po’ svalvolato Davis, non fa altro che riconfermare la propria versatilità e Naomi Watts, la nostra Karen Moreno, è una spalla da manuale. Colui che strabilia, a sorpresa, è però il giovanissimo Judah Lewis nel panni di Chris, il figlio di Karen che  “ha 15 anni e agisce come uno di 21 e talvolta mi terrorizza.”

Con tutto il materiale che aveva, probabilmente, il cineasta canadese poteva farci due film e lasciare che in Demolition la ricerca di Davis di una via di uscita diventasse ancora più claustrofobica e folle. Forse, così, sarebbe riuscito ad instaurare quella forte empatia col pubblico che rispetto al passato fatica a crearsi.

Vissia Menza

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