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Postcards from Ukraine, recensione del film di Sieva Diamantakos

Il poster di Postcards from Ukraine
Il poster di Postcards from Ukraine

La bellezza dei festival è che ti avvicinano a una gran quantità di realtà e culture. In una manciata di giorni si possono scoprire storie e persone ignote sino a ieri. Molti gli incontri vis-à-vis ma molti anche quelli sullo schermo. E i documentari, negli ultimi anni, con la loro crescente conquista di dignità e spazio, hanno reso le kermesse cinematografiche ancor più stimolanti.

Col tempo sono sempre più attratta da opere che solo in queste manifestazioni si riescono ad intercettare. Talvolta sono piccole e imprecise rispetto alle pompose fiction ma ben più genuine. Magari sono sprovviste di effetti pirotecnici ma contengono racconti esplosivi. Prediligono una narrazione asciutta ma arrivano dirette allo spettatore. Fanno riflettere e non per forza angosciano. Aprono la mente e provocano una discussione. Pas mal per essere nell’era della sovra-esposizione mediatica.

Postcards from Ukraine è uno di questi esempi. Tutto è iniziato con un gran bel poster che probabilmente non avrebbe attirato la mia attenzione se non avesse raggiunto il mio mailbox in occasione del suo debutto al Perugia Social Film Festival (2-8 ottobre). Ora di sera, mi son trovata immersa in un ripasso della storia recente. Perché la pagina di storia esplorata in questo documentario, è stata scritta un attimo fa ma è confinata in un angolo non dando adito a titoli sensazionalistici. Siamo onesti, quanti di noi sono in grado di condensare in una frase cosa stia accadendo in Ucraina? Pochi. Eppure il web è saturo di link e spunti d’approfondimento…

Photo: courtesy of Mimesi'S Culture
Photo: courtesy of Mimesi’S Culture

Oggi è Sieva Diamantakos a riaprirci una finestra sull’Ucraina. L’artista, durante un tour con la sua band (Italiana), s’innamora del Paese e vi si trasferisce poco prima della rivoluzione di piazza Maidan (a Kiev). Affascinato dalle reazioni di quei giovani a cavallo tra due culture, ragazzi animati dalla voglia di costruire il futuro di casa propria, intraprende un viaggio nei luoghi che negli ultimi anni sono stati al centro di scontri e tensioni e che rischiano di riportare nel cuore dell’Europa l’ombra di una guerra più che fredda, addirittura glaciale: si reca nella regione del Donbass (e ci mette ben 25 ore di treno).

Perché in Ucraina il fermento è vivo e animato dalle insoddisfazioni, i sogni (infranti) e le speranze dei figli. Il problema è che il territorio è vasto e il retaggio vario. Nonostante la lingua ufficiale sia l’ucraino per molti il russo è la principale. C’è un Ovest contrapposto ad un Est, con tutto quello che ne consegue. La crisi politica e sociale nel Paese ha condotto a rivolte, elezioni e rivendicazioni di autonomia in una zona, il Donbass, appunto, importante strategicamente ed economicamente non solo per la popolazione locale. A questo punto è facile intuire perché Russi e Americani abbiano voglia di riprendere una vecchia partita a scacchi.

Photo: courtesy of Mimesi'S Culture
Photo: courtesy of Mimesi’S Culture

Il regista confeziona un film che mostra scorci di quella realtà, immagini filtrate dagli occhi e dalle parole di cinque ragazzi. Cinque giovani con un passato diverso, con la propria visione del presente, con un’esperienza da condividere, con energie da spendere per il futuro. Da loro arrivano le “postcards” (cartoline) che tratteggiano l’odierna Ucraina.

Narratore è lo stesso Sieva Diamantakos, che soppesa i lemmi e lascia che siano i protagonisti (i frammenti delle loro vite e degli eventi) a parlare, dialogare, svelare una quotidianità davvero difficile. Dalla speranza alla rassegnazione. Dalla convinzione di poter cambiare le cose a quella di essere pedine nel teatrino dei soliti ig-noti (che siano i politici, i media o la rete).

Postcards from Ukraine ha il pregio di incuriosire, d’indurre a googlare compulsivamente alla ricerca di fatti, opinioni e testimonianze. Quei giovani d’iPhone dotati, hanno volti simili ai nostri e sono a poche ore di volo da qui. Tutte quelle differenze, tutte quelle armi e quello stallo abissale in cui si trovano ce li fanno percepire più lontani di quanto siano. Siamo coetanei, non è difficile l’immedesimazione, la loro voglia di riscatto è comprensibile. Difficile è decidere cosa faremmo noi, coi nostri occidentalissimi sogni infranti, al posto loro. E difficile è ammettere che quegli eventi contribuiranno, seppur indirettamente, alle nostre future frustrazioni.

Vissia Menza 

 

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