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Santa y Andrés, amare e vivere a Cuba negli anni ’80

Recensione di Santa y Andrés, il film di Carlos Lechuga in anteprima al 27° FCAAAL.

La locandina del film Santa y Andrés
La locandina del film Santa y Andrés

Una donna cammina sotto il sole cocente nel mezzo del nulla. Con sé ha una sedia. Ad un certo punto raggiunge la baracca di un uomo. Dopo uno scambio fugace Santa, questo il suo nome, con la sua sedia si posiziona esattamente difronte all’uscio della “casa”. La giovane ha il compito di rimanere lì per tre giorni, i giorni in cui si svolgerà un summit. Lo scopo è di controllare a vista il traditore, il controrivoluzionario, l’inquilino di quel misero alloggio, uno scrittore omosessuale di nome Andrés. La situazione ha del grottesco. Da un lato vediamo Santa rischiare l’insolazione e lo svenimento per disidratazione per un motivo che ha dell’assurdo, dall’altra c’è Andrés inerme e la cui sessualità e opinioni politiche non ci paiono aver messo a repentaglio l’ordine pubblico di ieri, men che meno quello di oggi. Ovviamente a Cuba, durante la rivoluzione castrista, la pensavano diversamente da noi e l’evoluzione degli eventi lo dimostrerà. L’odierno stile di vita dell’uomo non sarà sufficiente a proteggerlo da un’ideologia che vedeva come fumo negli occhi gli intellettuali e chiunque non fosse conformato al pensiero dominante. Da brividi.

Santa y Andrés è ambientato a Cuba nel 1983 ed è la storia di un’amicizia non cercata e non voluta tra due persone apparentemente con poco in comune che, grazie alla convivenza forzata, scopriranno di avere, al contrario, molti punti di contatto: un passato doloroso, un presente in solitudine, un futuro incerto. La vicinanza creerà un silenzioso sodalizio che li porterà a godere anche d’inattesi sorrisi. Come sotto ogni regime, l’idillio non durerà.

Una scena del film Santa y Andrés - Photo: courtesy of FCAAAL 2017
Lola Amores in una scena del film Santa y Andrés – Photo: courtesy of FCAAAL 2017

Santa y Andrés è la pellicola portata in anteprima al 27° Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina in questi giorni ed è un altro di quei casi in cui senza sfruttare immagini cruente, un linguaggio violento e urla fastidiose il messaggio riesce a superare con maggior facilità la barriera che lo schermo crea con lo spettatore. Tutto comunica disagio, sentimenti inespressi e paura. Il caldo rende la situazione ancora più greve. Il silenzio e le occhiate valgono più di ridondanti frasi. Quegli occhi in cerca di speranza non si staccano facilmente da noi e ci fanno dimenticare alcuni passaggi trascinati che abbiamo percepito di una lentezza evitabile. Il cast (Eduardo Martínez e Lola Amores) rende tutto reale e ci offre un assaggio di Cuba molto meno bucolico di quelli che in molti hanno voluto credere. Perché, alla fine, ogni regime è uguale: è sbagliato, è crudele, è soffocante. E ora vorremmo poter aiutare Andrés a vivere ed esprimere il suo disaccordo, anche se il personaggio più interessante, che si evolve e ci attrae, è quello della povera Santa. E’ lei, forse, ora a dover pagare il prezzo più alto, sicuramente è lei la vera protagonista.

Dietro la macchina da presa c’è Carlos Lechuga, cineasta che dopo una decade di corti, decide di darsi al lungometraggio, debuttando a Rotterdam nel 2012. Con la sua opera seconda, questa, decide, invece, di partire direttamente da Toronto. Quello di oggi è un racconto sul suo Paese, un Paese che deve fare i conti col passato, col presente, col futuro. Santa y Andrés sarà in replica domenica 26 marzo. E’ una storia triste, molto triste, e attinge al reale, un reale che si deve ricordare. Non è un  film perfetto ma fa bene.

Vissia Menza

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