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Vampire: l’esistenzialismo assetato di sangue di Shunji Iwai

Recensione di Vampire, il film di Shunji Iwai in HomeVideo dal 23 marzo 2017. 

La cover del DVD del film Vampire
La cover del DVD del film Vampire

Di giorno, Simon (Kevin Zegers, L’Alba Dei Morti Viventi) è un placido e rigoroso insegnante di scienze in un liceo canadese.
Di notte, Simon incontra giovani donne con manie suicide, conosciute in chat tematiche, per berne il sangue.
Lo fa perché è un vampiro, o almeno è convinto di esserlo. I suoi pasti sono tuttavia privi di aggressività o di violenza incontrollata, hanno l’aspetto di un rituale consenziente e pacifico, di un nutrimento vitale e nel contempo filosofico.
Gli appuntamenti dell’uomo si complicheranno tragicamente dopo l’incontro con Renfield (Trevor Morgan, Mean Creek), mitomane di vampirismo e sprovvisto dell’“etica” di Simon.

Vampire, lungometraggio del 2011 firmato dal regista giapponese Shunji Iwai, è uno di quei film che rischia di essere incasellato nel genere horror in maniera troppo rapida e semplicistica.
Il racconto delle vicende notturne del protagonista Simon è invece principalmente un’ambiziosa (forse persino troppo) riflessione esistenzialista, che sistema il suo centro di gravità sulla questione del suicidio e della volontà di donarsi interamente all’altro.
Non è un caso che i toni drammatici surclassino i pochi momenti di sangue, che il ritmo della pellicola somigli a un pendolo e non a un martello, le atmosfere meditative e non tese.
A tale scopo aiutano le azzeccate e frigide location canadesi, l’aplomb di Zegers e una regia a bassa pressione.
Come il vampiro che Simon pensa di essere e non si sa se lo sia: ma del resto non importa, perché Vampire non ragiona sul mostro, nemmeno sull’orrore, se non quello inerente le volontà di suicidio, come nascono, come terminano e come modificarle nel mezzo.
In un’operazione similare a quella che fece Claire Denis con la carne umana in Cannibal Love – Mangiata Viva (2001), Iwai prova a sradicare l’emblema del vampiro e la sete di sangue dalle coordinate “comuni” e a innestare tali elementi in una storia che ha a che fare con psicologie e filosofie: di vita, di morte e di amore.
Sono incisive anche le brevi e malinconiche parentesi dedicate alla madre catatonica di Simon, interpretata da una redivida Amanda Plummer.
Certo, nelle due ore di Vampire qualche cedimento c’è, imputabile soprattutto alle incursioni di un romanticismo “weird” stravisto; ma ai titoli di coda l’odore è quello di un progetto originale, spiazzante e coraggioso che dimostra le potenzialità periferiche e contaminanti dell’horror.
E propone comunque, manco a dirlo, una better love story than Twilight.

Luca Zanovello

 

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