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FREE TO RUN, il diritto di essere – e sentirsi – liberi

Recensione di Free to Run, il documentario di Pierre Morath al cinema dal 1° giugno 2017.

Quante volte vi siete sentiti dire che dovreste fare sport? Per esempio, che una piccola corsa all’aria aperta tutti i giorni vi aiuterebbe a rimanere in forma e in salute più a lungo? In pochi lo facciamo. In molti ci proviamo. Nel nostro millennio però, il fatto di uscire a correre per strada, al parco oppure ad una maratona, è cosa normale, accettata, anzi, oggetto di ammirazione. Ahinoi, in pochi ricordano che correre sino ai primi anni ’80 era ben altra cosa, nel Nuovo come nel Vecchio Continente. La storia di questa disciplina ce la racconta Free to Run, il documentario di Pierre Morath (storico, giornalista ed ex atleta!) che, dopo l’anteprima italiana al Festival dei Diritti Umani di Milano (3 – 7 maggio 2017), è approdato nei nostri cinema il 1° giugno grazie a Kitchen Film.

La locandina del film FREE TO RUN
La locandina del film FREE TO RUN

Free to Run ripercorre l’evoluzione della corsa dagli albori ai giorni nostri, focalizzando sul periodo tra la fine degli anni ’60 e il 2012. Ci conduce alle manifestazioni più importanti in giro per il globo. Ci mostra come sia nato uno sport e, parallelamente, ci parla di diritti delle donne, delle persone, degli sportivi.

Il regista ginevrino narra con passione avvenimenti che in alcuni attimi ci fanno sorridere, in altri ci adombrano. Alterna situazioni pittoresche ad altre tristi e inaspettate. Ricostruisce un bel segmento della storia recente. Parte dagli esordi naif in cui, quelli che potremmo chiamare i “corridori della domenica” si ritrovavano in un quartiere diverso dal proprio perché considerati “bizzarri”, e si nascondevano alla vista delle persone per evitare di essere scambiati per “pervertiti” (immaginate di vivere negli anni ’60 e di vedere un gruppo di giovanotti correre a torso nudo, indossando solo microscopici pantaloncini non dissimili da un paio di boxer, cosa pensereste?). Per poi farci incontrare la prima donna che si è registrata a una maratona (quella di Boston) quando non era permesso: Kathrine Switzer, una vera icona e pioniera. E ancora, ci fa scoprire i tanti piccoli e grandi miracoli della maratona di New York voluta da Fred Lebow, un vero personaggio a cui la Grande Mela deve molto.

Free to Run - Kathrine SWITZER © Bettmann/ Corbis - DROITS PRESSE NON LIBERES
19 Aprile 1967, Hopkinton, Massachusetts, USA — Jock Semple cerca di fermare Kathy Switzer (261) . Gli altri corridori la proteggono — Image by © Bettmann/ CORBIS

Il viaggio è entusiasmante, ricchissimo di sfide e conquiste (molte delle quali appositamente qui omesse per non rovinarvi la visione), e prosegue sino ai titoli di coda con un ritmo incalzante, degno del miglior atleta. Lo spettatore non può che godersi la corsa, desideroso di dettagli e nomi, prima di rincasare con un’inedita fotografia della seconda metà del ‘900.

Free to Run è, infatti, sorprendente e gradevolissimo. Ciò che lo rende un film non solo per sportivi, o aspiranti tali, ma adatto ad una audience vasta è proprio la sincerità del suo racconto, il suo dar voce a chi ha vissuto quei momenti, e il suo ricordare un passato recente di cui possiamo sentire ancora i profumi e visualizzare immagini per nulla sbiadite. C’è tutta un’epoca. Cosi facendo ci trasforma nel migliore pubblico, quello pronto ad essere stupito e indotto a riflettere su temi fondamentali come le libertà e l’uguaglianza (e non parliamo solo del diritto delle donne di poter correre e/o partecipare ad una gara, senza aver paura di perdere per strada organi “fondamentali”). Alla fine, la sensazione è di aver trascorso un paio di ore tanto frizzanti quanto importanti.

Vissia Menza

 

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