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Paolo Roversi e le polaroid a sottrazione

“La mia fotografia è più sottrazione che addizione. Cerco sempre di togliere. Tutti noi indossiamo una sorta di maschera d’espressione. Si saluta, si sorride, si ha paura. Io cerco di togliere tutte queste maschere, sottraendo a poco a poco, fino a quando rimane solamente qualcosa di puro, una sorta di abbandono, di assenza. Sembra un’assenza, ma in realtà sono convinto che la bellezza interiore scaturisca proprio da questo vuoto”. Sono parole di Paolo Roversi.

Le ho lette, mi sono piaciute, sono andata avanti.

Clementine, Studio 9, rue Paul Fort Paris, July 15th 2015© Paolo Roversi
Clementine, Studio 9, rue Paul Fort Paris, July 15th 2015© Paolo Roversi

Quando ho deciso di vedere questa mostra a Palazzo Reale non avevo mai sentito parlare di Paolo Roversi. Non sapevo nulla della sua esperienza, non avevo idea che da 50 anni lavorasse per Vogue Italia e che in qualche modo avesse partecipato a plasmarne l’immagine con le sue fotografie.

Mi ero semplicemente imbattuta nella locandina della mostra così, per caso, spulciando pagine e siti web alla ricerca di qualcosa di curioso da andare a vedere. All’inizio mi era parso un fotografo di moda – beh, un buon fotografo – e avevo pensato che tutto sommato poteva essere interessante imparare qualcosa di nuovo.

Così ho attraversato il cortile, salito quella splendida scalinata e spostato le conosciute, pesanti tende di velluto. E mi sono trovata davanti qualcosa che non mi aspettavo. Fotografie, si, ma non solo moda.

Mi spiego meglio. Una delle maggiori caratteristiche della fotografia – e anche uno dei motivi del suo enorme successo, almeno agli esordi – è la sua riproducibilità. Una fotografia è potenzialmente infinita, immortale, perché grazie al negativo (un tempo) e al file digitale (oggi) è sempre ristampabile, rinnovabile.

Kate, Lock Studios, London, february 5th 2015, © Paolo Roversi
Kate, Lock Studios, London, february 5th 2015, © Paolo Roversi

Così, se in qualche modo la fotografia può essere considerata l’erede dell’opera d’arte – non più costretta all’attimo, terreno, della creazione -, dall’altro è una sorta di Edipo che si afferma tramite il parricidio di quella che viene definita l’Aura artistica: quella unicità, quella irriproducibilità che rende un’opera autentica e originale.

E poi c’è la polaroid. La polaroid è quella forma di fotografia che in qualche modo si afferma come tale ma rinuncia al parricidio. Vive della propria unicità, istantaneità. Allo scatto segue immediatamente la creazione dell’immagine che per nascere deve prendere aria e luce, come una pianta, come qualcosa di vivo che va nutrito. Prediamo quella piccola schedina di carta fotografica e la vediamo comparire tra le nostre mani: l’immagine.

Saskia Paris 2011 © Paolo Roversi
Saskia Paris 2011 © Paolo Roversi

Quelle in mostra a Palazzo Reale sono tutte polaroid di grande formato. Polaroid enormi, giganti. Il tratto distintivo di Roversi che, quando non è occupato sulle pagine di Vogue, sperimenta curiosi giochi di luce sfruttando uno strumento vintage, vecchio stile, in maniera innovativa.

Passeggiando tra le immagini che riempiono le stanze – bellissime – del palazzo, ripenso alla citazione che apre la mostra: “cerco sempre di togliere”. Apprezzo i giochi di luce, i riflessi negli specchi rovinati dal tempo che passa. È tardi, un freddo pomeriggio di fine novembre e, oltre a me, i visitatori sono pochi. Spesso mi ritrovo sola nelle stanze, immersa in quelle enormi fotografie. Ascolto i miei passi, mi sento osservata. Sono davvero io che guardo loro? O forse il contrario?

Molte immagini di ragazze, modelle. Qualche abito colorato, sfocato, sprazzi di tinta, fiori pressati. Ancora carta, luce, fibre, colori, piante. Vita. Queste foto sembrano, sono vive. Mi osservano indifferenti mentre io cerco in loro qualcosa di mio. Forse perché sono per lo più corpi nudi, come lo è il mio sotto ai vestiti. Forse perché mi guardano dritta negli occhi. O forse no, non è questo; non solo questo. Mi sento coinvolta, punta.

Roland Barthes, uno dei maggiori studiosi della fotografia del ‘900, palava a tal proposito di punctum. Il punctum è quel momento della fotografia che mi coinvolge emotivamente, in cui la fotografia agisce su di me in quanto mi riguarda: nel doppio senso di restituire lo sguardo e di implicare.

Molly Paris 2015© Paolo Roversi
Molly Paris 2015© Paolo Roversi

Ecco quella sensazione, ecco quel percepire qualcosa come uno sguardo addosso, concreto, tattile. Sto togliendo, svuotando. Guardo delle fotografie che sono spoglie di ogni maschera. Fotografie di moda che paradossalmente non mostrano ma nascondono, sottraggono.

E mi piace. Perché ho trovato ciò che non mi aspettavo e allo stesso tempo ciò che stavo cercando. L’interessante, il curioso. La bellezza che fa riflettere.

“La bellezza interiore che scaturisce proprio da questo vuoto”.

Federica Musto

INFORMAZIONI UTILI
Paolo Roversi: Storie

Palazzo Reale, Milano
Fino al 17 dicembre 2017
www.palazzoreale.it

Catalogo bilingue a cura di Skira Editore

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