Ma se domani... > Concorso Letterario La scoperta – Racconto n. 10: Poceto e refosco di Manuela Lozza

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POCETO E REFOSCO
di Manuela Lozza

Che nostalgia le prendeva ogni settembre di quei week end low cost, passati in agriturismo. Di quando, con i bambini in spalla, camminavano fra le vigne e coglievano acini maturi, facendo finta di poter riconoscere a quale vino fossero destinati.

Quando le succedeva così, l’unica cura era aprire un Refosco e sorseggiarlo mentre preparava qualche ricetta tipica: niente quanto un sapore ti può trascinare in un altro tempo e in un altro spazio.
Ne comprava una cassa ogni volta che tornavano in Italia e, ogni volta, il suo autista rideva nel caricarlo in auto: “Fai proprio bene a prenderlo, considerando quanto è difficile trovarne qui in Borgogna”, le diceva ironico. Lei scrollava le spalle: era tedesco, fosse stata birra avrebbe anche potuto mettersi in cattedra ma sul vino doveva tacere.

Comunque il Refosco a casa loro non mancava mai. Quindi quando aprì la dispensa e scoprì che le sei bottiglie che si aspettava di trovare erano sparite, si sentì mancare, improvvisamente le sembrò di morir di sete e la nostalgia si trasformò in panico: aveva già iniziato a tagliare le cipolle ma come si poteva  cucinare il poceto, lo spezzatino, senza bere? Non avrebbe potuto sentire se la carne era cotta se, assaggiandola, non avesse avuto la lingua leggermente irruvidita dalla nota aspra del Refosco. Né tantomeno avrebbe potuto sentire dall’odore se la salatura era sufficiente, se le sue narici non avessero trattenuto il tono piacevolmente acre che il vino si porta dalla terra in cui l’uva cresce.
Frugò ovunque. Era passata quasi un’ora: se non si fosse accanita nella febbrile ricerca del suo vino preferito, a quest’ora poteva essere a buon punto anche per fare il bollito, il gran bollito misto, quello con anche la Luganega oltre alla carne di manzo. E il giorno dopo avrebbe potuto usare il brodo per fare un bel risotto. Avrebbe fatto sfumare il riso con il Refosco… Il Refosco accidenti! Lo vedi che senza il Refosco non c’erano santi, non si poteva cucinare!

Era disperata, stava per rinunciare, quando le venne in mente che forse quelle sei bottiglie erano rimaste nel bagagliaio dell’auto da quando, venti giorni prima, le avevano portate dall’Italia.
Scese in garage. In un angolo, una mezza dozzina di Refosco vuote facevano compagnia a due calici di cristallo, di quelli del servizio buono, che le avevano regalato per le nozze diciassette anni prima, quando erano una giovane coppia squattrinata.

Solo questo le spiacque davvero: la violazione dell’intimità sua e di suo marito, pensare che qualcuno aveva usato quei calici per bere per terra, nascosti in un garage.
Invece non si scompose quando notò due corpi nudi, con il nitido primo piano di una natica femminile, che si avvinghiavano dentro la sua auto.
“Adesso la vedi la differenza del vino italiano?” Pensò. E ritornò da dove era venuta. Non sapeva se essere felice: una bottiglia era riuscita a salvarla ma sarebbe finita a berla mentre leggeva gli annunci professionali, alla ricerca di un nuovo autista.

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