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Recensione Confine di Stato di Simone Sarasso

 

Capita, magari raramente ma capita, di scoprire uno scrittore nel momento migliore. E capita di voler far passare del tempo per metabolizzare la cosa prima di volerla diffondere.

Un po’ di tempo fa mi ero perso in un saggio dei Wu Ming intitolato “New Italian Epic”. Gli autori sono soliti rendere disponibili i loro testi su web (http://www.carmillaonline.com/archives/2008/09/002775.html) e devo esserci capitato sopra subito dopo aver letto “Nelle mani giuste” di De Cataldo. ricordo una nottata intera passata a leggere e prendere appunti, perché in quel saggio trovavo tutte le motivazioni che mi avevano portato a ricercare un certo tipo di letteratura italiana contemporanea in libreria: testi che tracciassero rivoluzioni romanzate della storia del nostro paese o ne ipotizzassero un futuro, in un filone che avevo scoperto con gli stessi Wu Ming e Giuseppe Genna.

Uscii da quella nottata con un paio di occhiaie da giustificare al lavoro (naturalmente vantando conquiste esotiche) ed una serie di nomi e di titoli appuntati sulla Moleskine. Passaggio obbligato in Feltrinelli a tarda serata, e salto triplo per atterrare su “confine di stato”, di Simone Sarasso.

Mi accorsi che si trattava   e s a t t a m e n t e   di quello che cercavo per un paio di particolari: il primo fu che – trovato miracolosamente posto in metrò a Duomo e iniziato a leggere – sollevai la testa per accorgermi che mi trovavo a Sesto F.S., che avevo bucato la mia fermata di almeno sei o sette e che ero pure passabile di multa, avendo superato il confine urbano della linea rossa.

Il secondo fu che – nonostante la notte in bianco passata in Rete – mi distesi sul letto dopo la cena e continuai a leggere senza fermarmi e senza che il sonno potesse minimamente avanzare alcuna pretesa: “Confine di stato” mi aveva completamente rapito.

E’ passato un po’ di tempo, e di Sarasso ho potuto apprezzare anche “Settanta” e “United We Stand” – splendida graphic novel, tra l’altro: finirò per parlarne prima o poi qui sul blog ed anche su Anobii. Ma complice un agosto piovoso e delle mensole quasi vuote, ieri ho ripreso in mano proprio “Confine di stato”, e ho ritrovato la stessa identica magia che mi aveva conquistato alla prima lettura.

Sarasso disegna una storia d’Italia del secondo dopoguerra che ha il fascino dell’autenticità pur senza scostarsi mai dal suo essere finzione: è una dote rarissima, che ho riscontrato soltanto in alcune “storiche” ucronie, ma che all’autore riesce perfettamente. La trama procede spedita tra personaggi difficili da dimenticare – anche per i richiami storici, naturalmente – e momenti di pura cinematografia che catturano improvvisamente: uno stile di scrittura asciutto eppure non povero o essenziale indirizzano verso un finale che apre spunti di riflessione, idee, voglia di saperne di più. In tutto questo l’autore cita, non scimmiotta, testi come “Grande Madre Rossa”, con una misura che gli invidio.

Mi rendo conto che non è una novità editoriale, ma trasformatelo in un consiglio: ne vale davvero, davvero, davvero la pena.

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