Vi svelerò un segreto: la maratona durante il fine settimana aveva lo scopo di farci respirare nei giorni lavorativi, quindi il nostro lunedì è stato mooolto più tranquillo: solo una retrospettiva ed una abbondante ora di cortometraggi ;)

La retrospettiva principale di quest’anno  è dedicata alla filmografia di Jim Jarmusch (NB mercoledì 15 alle 20.15 verrà proiettato in anteprima il suo ultimo lavoro). Autore statunitense apprezzatissimo dalla critica, tra il grande pubblico ottiene invece consensi altalenanti a seconda dell’epoca storica. Dando una rapida scorta alla sua biografia online, ho infine scoperto il motivo: voi spedereste un anno accademico facendo ricerche su André Breton ed il surrealismo? Bene, lui l’ha fatto!
Comunque, Stranger than Paradise è stato il suo primo lungometraggio (del lontano ma non più di tanto 1984) quindi mi pareva molto in linea col Festival e, ammettiamolo, la curiosità era tanta!

In breve: opera in tre atti, in origine pensata (e creata) come corto, realizzata in bianco e nero sulla pellicola avanzata (e regalata) da W. Wenders. Altra particolarità è la musica che proviene sempre da mangiacassette, radio, televisione presenti sulla scena e mai come “colonna sonora”.
La storia, secondo lo stesso regista, “is a story about America, as seen through the eyes of ‘strangers’. It’s a story about exile (both from one’s country and oneself), and about connections that are just barely missed.”
Con fine umorismo secondo alcuni, noiosa anzi banale secondo altri (Anne Billson del Sunday Telegraph la definì: “So cool that it leaves me cold”), ricca di citazioni (ma è pur sempre un’opera prima), questa black comedy, recitata da attori non professionisti, si presenta amara, retrò, ritmata e talvolta comica quindi tutto sommato non mi è parsa tanto male.

 
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