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Recensione film: I Guardiani del Destino

Le associazioni di idee sono fantastiche, dico Philip K. Dick e probabilmente bastano pochi secondi a molti di noi per visualizzare le immagini di “Blade Runner”, nomino l’attore Matt Damon e riaffiorano rapidamente fanta-thriller che esaltano le prestazioni dei suoi bicipiti, quindi dopo la visione del trailer de “I guardiani del destino” (aka “The Adjustment Bureau”), ho trascorso mesi mordendomi le mani per aver perso l’anteprima lo scorso aprile al Future Film Festival, ho organizzato quello che da noi si definisce scherzosamente un “gruppo vacanze Piemonte”, insomma ho coinvolto gente, stressato anime e sono corsa al cinema dopo poche ore dalla sua comparsa nelle sale, per godermi (ah!) l’esordio alla regia di George Nolfi, sceneggiatore –appunto- di “The Bourne Ultimatum”, “Timeline” e “The Sentinel”.

Onore al merito, per la prima volta ho visto un film che potrei definire fanta-romantico e sono veramente curiosa di leggere come l’intellighenzia l’abbia classificato, peccato che personalmente non sia attratta da trame dall’alta dose di melassa ed il trailer avesse un taglio molto elettrizzante. Si, si, avete capito bene, è una lenta e soporifera storia d’amore dall’atmosfera fantascientifica (“Inception” docet) o meglio, che giochicchia con il tempo e più precisamente con il futuro. Ufficialmente sembra che ciò sia funzionale al vero messaggio (che a ben vedere, tanto nascosto non è): tutto ruota intorno al libero arbitrio, all’autodeterminazione, all’individualità, alla libertà, all’emancipazione, all’essere padroni del proprio destino dato che le nostre scelte presenti determinano ciò che accadrà in futuro, bla bla bla…

Questo inno al prendere coraggio ed iniziare a dominare la propria vita, privilegiando soprattutto le scelte che arrivano dal cuore (le uniche vere e che tendono al nostro bene), non pare sia stato considerato materiale sufficiente a reggere la narrazione, quindi il pubblico viene straziato con un’opera in cui i veri quesiti parrebbero essere: noi siamo di fatto soggiogati dai “disegni” di una popolazione aliena molto più evoluta?Oppure dipendiamo dall’Altissimo che tutto sa e può e che con molta pazienza ci sta educando e preparando a camminare con le nostre gambe? O ancora, alieni e divino sono di fatto la medesima cosa? E per finire, cosa accadrebbe se domani qualcuno di noi iniziasse ad evolversi al punto di prendere coscienza, dialogare e contrastare coloro che ci tengono più o meno per mano?

Così nonostante i Matt Damon, le Emily Blunt ed i Terence Stamp e sebbene un racconto (breve) di Dick faccia da spina dorsale, assistiamo ad una pellicola che non avvince e non convince. Buona l’idea, e data la fonte sarebbe stato sorprendente il contrario, capaci gli attori, ma sceneggiatori e regia paiono troppo self-confident oppure son eccessivamente timorosi. Perché se storia d’amore deve essere, voglio vedere la passione dilagante, lo strazio, l’ansia, la corsa e la battaglia sino all’ultima goccia di sangue, quando necessario a contrastare il nemico che continua a mettere i bastoni tra le ruote agli innamorati. Qualcosa che quindi quanto a cardiopalma non abbia nulla da invidiare ad un film d’azione con alea di mistero, non di certo un film che sembra tirato, forzatamente allungato e che pertanto annoia per quasi due ore.

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