Here narra la storia, il viaggio, di un cartografo attraverso un luogo isolato e poco citato quale l’Armenia, ma Here  è anche il racconto del viaggio di Braden King, il regista, e del pubblico in sala, i cui sensi verranno continuamente stimolati ed indotti al movimento. Here è un percorso interiore per tutti: il cineasta ha condiviso non solo la sua esperienza ma ha condotto attori e staff in Armenia facendo in modo che vivessero il “viaggio” in prima persona, facendolo proprio. L’idea era di provare emozioni sulla propria pelle e suscitarle nel pubblico e da esse creare un film. Un disegno davvero ambizioso, ben supportato da cast, fotografia e musica, che ha funzionato come un orologio svizzero nonostante fosse una nuova esperienza per tutti.

 

Perché Here non è solo un lungometraggio, è parte di un progetto, che comprende film e installazioni, in continua evoluzione (come ci racconta il sito web e ci anticipa il regista presente in sala) su cui da anni King lavora con il supporto del musicista Michael Krassner e dell’artista Deborah Johnson. Qui, a differenza delle piattaforme, che il cineasta definisce pura emozione, la pellicola si presenta come l’incontro tra prosa e poesia, tra sogno e realtà, insomma come l’avvicinamento degli opposti.

Non solo, siccome King concepisce il fare film come la creazione di una mappa, ci propone di vedere quest’opera come la nascita di una mappa che narri, a sua volta, la creazione di altra mappa, quella dell’Armenia, facendo ben attenzione a non entrare mai nel merito della storia e delle evoluzioni politiche. La scelta dei luoghi è stata infatti di tipo pratico (un paese il cui paesaggio si modificasse di continuo) quindi non vi è alcun intento documentaristico e/o sociale. L’unico accento è posto sul significato e le conseguenze di decidere dove tracciare un confine, una riga e poi percorrere quella strada e non un’altra. Per tutto il tempo si percepisce come questo sia un film psicologico, introspettivo, non sull’amore dei protagonisti e men che meno sull’Armenia come nazione.

 

Il continuo in/out dei piani narrativi, i passaggi dal pensiero al dialogo, dall’uno alla coppia, dagli interni in compagnia agli esterni solitari, fanno emergere la bravura dei due attori (un inaspettato Ben Foster-cartografo e una esuberante Lubna Azabal-fotografa) nel comunicarci come i loro personaggi stiano cambiando al punto che quando la storia narrata sarà alle battute conclusive, ci ritroveremo a sperare che la favola giunga ad un finale poco realistico.

Here ci emoziona, ci coinvolge, anche qualora fossimo solo disposti a seguire l’evoluzione dell’incontro casuale tra l’americanissimo cartografo, inviato oltre oceano a ridisegnare  mappe, e la fotografa Armena, viaggiatrice, artista e sognatrice che incrocerà più volte sino a decidere di condividere con lei parte del suo itinerario. L’opera mostra anche questo: il momento dell’incontro, dello scambio-conoscenza, dell’innamoramento e delle scelte. Ambivalente sempre ma anche rilassante, alla fine vi lascia liberi di vederlo per quello che è: un film.

 

 

 

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