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Ora c’è pure… L’alba del pianeta delle scimmie

Remake, reboot, chiamatelo un po’ come vi pare, di fatto qui si ri-comincia da capo. Il vero messaggio di questo film parrebbe essere “Abbiamo commesso un passo falso, ma ora siamo tornati sulla retta via grazie ad un regista che ha creato una pellicola lineare, al passo con i tempi, umanizzando come mai prima le scimmie grazie al supporto (e grazie al cielo, diciamo noi) della “performance capture”. E chissenefrega se la metà dei lettori neppure sa cosa caspita sia questa “capture” e soprattutto quali siano le sostanziali differenze tra un film girato in un modo piuttosto che in un altro. Qualcuno ha deciso che si debba fare così e sembra che i numeri gli stiano dando ragione. Strano però, io tutto sto entusiasmo non l’ho percepito sino all’incontro con la carta stampata… le sale erano piene, ma il brusio all’uscita era davvero sommesso e molti hanno approcciato l’opera con titubanza. La sottoscritta, addirittura, ha avuto difficoltà a trovare coraggiosi giovani che l’accompagnassero!

Siamo agli albori, ancora quando gli uomini si limitavano a dominare la terra, a perdere astronauti nello spazio, a considerare le scimmie stupide e a utilizzarle come perfette cavie da laboratorio alla disperata ricerca di una cura per l’Alzheimer. In laboratorio il regista ci ha messo un giovane scienziato ovviamente geniale sotto il cui camice vi è James Franco, il quale si accanisce sulla ricerca per  sconfiggere la malattia che è riuscita a entrare tra le sue mura domestiche. Le cose non vanno per il verso giusto al punto che la baracca viene notevolmente ridimensionata e, licenziati i collaboratori, il nostro eroe si ritrova con una neonata scimmia in una mano e una siringa “letale” nell’altra, così il buonismo prende il sopravvento e la sperimentazione si sposta al 100% fuori dal laboratorio. Gli sviluppi da qui in poi sono piuttosto prevedibili e tutti lineari, tifiamo per lo scienziato, poi per la scimmia, infine per il genere umano quando comprendiamo che stia per fare un’ingloriosa fine senza speranza.

La scena è tutta maschile, in prima battuta è di Franco poi passa completamente nelle mani della scimmia Cesare alias Andy Serkis. Quest’ultimo, specializzato ad umanizzare le creature che impersona, conferisce una impressionante potenza al primate che interpreta e il secondo tempo diviene  tutto suo: ecco l’unico vero vincitore di questo giro! A nulla vale erigere, per la gioia dei maschietti, a bella statuina la giovane e promettente Freida Pinto (già apprezzata da Woody Allen), gli iridescenti occhi di Cesare saranno la cosa che si ricorderà di più di un’opera che non strabilia con gli effettOni speciali, che ha una sua identità ma non si impone abbastanza e che omaggia a più riprese i suoi predecessori ma che per fortuna non plagia. Insomma è un perfetto blockbuster che non fa sbavare gli appassionati del genere e pare voler aprire solo la via ad un nuovo filone di una storia che sin dagli anni ‘60 ha appassionato generazioni di spettatori.

Quindi eccoci qui, a vedere come la supponenza dell’uomo lo porterà all’inesorabile soccombenza. La lezione che ne traiamo è che con arroganza, violenza, sopraffazione, non si vada granché lontano, e, come ogni film per famiglie, l’insegnamento è ben visibile senza ausilio alcuno. Anche questo compitino Wyatt l’ha svolto a dovere e noi rimaniamo in attesa del prossimo capitolo di quella che dovrebbe essere una trilogia.

Godibile pellicola per una serata in casa: non fa male a nessuno e non impone la visione dei precedenti film tratti dal libro di Pierre Boulle. Che volere di meglio?

 

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