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Recensione La carta più alta ultimo romanzo di Marco Malvaldi

Doveva essere la metà degli anni 90: prendevo l’autobus ad Inganni per muovere verso il liceo, ed un giorno felice della settimana era quello in cui potevo infilare nello zaino un settimanale verdolino, religiosamente conservato per sette giorni fra il testo di matematica quasi intonso e quello di storia strappato a colpi di sottolineatura. Quella rivista era “Cuore”, e credo di dovergli un certo gusto per la battuta ed il rispetto per chiunque riesca ad affrontare le prove della vita con la giusta ironia.

Nell’ultima pagina di “Cuore” c’era la classifica delle dieci cose per cui vale la pena vivere, aggiornata settimanalmente con i voti che i lettori inviavano per posta. Ecco, io questa settimana vorrei che in questa graduatoria troneggiasse il piacere di un venerdì sera con la lampada a stelo accesa, un bicchiere di Sauvignon Collio sul tavolino, le gambe allungate su una sedia ed un libro di Marco Malvaldi davanti agli occhiali.

Si, perchè l’altra sera son passato in libreria sperando di aver azzeccato il giorno giusto, e quando ho visto la pila (in rapida discesa, tra l’altro) di “La carta più alta” ho esultato come un ultras. Dopo la parentesi – assolutamente gradevole, va ricordato! – di “Odore di chiuso”, non vedevo proprio l’ora di tuffarmi nella nuova avventura del barrista Massimo e del quartetto di arzilli pensionati frequentatori del locale. Una squadra investigativa piuttosto improbabile, che guadagna in acume e umanità tutto ciò che dovrebbe perdere in scientificità, a voler dar retta ai vari CSI o Criminal Minds televisivi, e che riporta così in auge un sottoinsieme di questo genere letterario che a noi piace tanto: il cosiddetto “giallo deduttivo”, in cui azione e confronti fisici lasciano il passo al ragionamento, all’intuizione, all’intrecciarsi delle sinapsi.

Mi è sfuggito sulla tastiera un discorso quasi serio, e un po’ me ne dolgo. Valeva però la pena sottolineare che Malvaldi è davvero un giallista con i fiocchi, pur se accompagnato da momenti di purissimo divertimento. Tra un citazione-omaggio rapita ad “Amici miei” (abbiamo apprezzato!) e dialoghi brucianti in cui è impossibile restare seri, Malvaldi riesce nel piccolo miracolo di far abbarbicare il lettore alla trama senza che le risate scatenate da alcuni momenti in particolare (gli esercizi di Massimo con il fisioterapista sono da antologia) intacchino minimamente la suspence. Vuoi arrivare alla fine, scoprire cosa effettivamente sia successo, ed i momenti in cui ti sorprendi a singhiozzare dal ridere sono un felicissimo accompagnamento, e non confondono affatto.

Come da abitudine consolidata su questo sito non anticipo niente, se non che la trama è assolutamente spessa e credibile, che il commissario Fusco perde un po’ dei tratti quasi macchiettistici dei romanzi precedenti (ed è un bene!) e che Tiziana mantiene tutte le caratteristiche di donna decisamente desiderabile (dal protagonista così come dal lettore di maschil sesso).

E se è vero che l’umore di un quartiere, di una città, di una intera nazione è dato dalla somma degli umori di ogni singolo individuo che la compone, beh, leggete tutti questo toscanissimo e giovane autore: il mondo diventerà un pochino migliore.

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Comment(2)

  • Anonimo
    01/17/2012 at 13:44

    Quando scopri una buona recensione, che parla a te e come te difficilmente riesci a dimenticartene. Potrebbe però essere un caso, una coincidenza. La conferma mi è arrivata ieri leggendo questo articolo, non conoscevo l’autore ma sono andata oggi stesso a comprare il libro.
    Grazie
    fpr

  • Lor
    01/30/2012 at 12:49

    L’ho comprato ieri e l’ho subito iniziato, tralasciando di finire il Simenon maigrettiano che avevo cominciato…
    Stessa reazione tua da ultras tra gli scaffali Feltrinelli…
    Ah quanto mi piacerebbe conoscere Ampelio, Rimediotti e compagnia briscola….
    Un abbraccio Sommo Recensore

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