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The Lady – L’amore per la libertà

Luc Besson nel mio, personalissimo, immaginario è associato indelebilmente alla mitica “Nikita”, all’avveniristico “Quinto Elemento” ed all’insuperabile Gary Oldman in quel capolavoro di violenza mista ad umanità che è stato “Lèon”. Siamo di fronte ad un regista/personaggio forte e abile nel precorrere i tempi, che non ha mai avuto paura di osare e che quindi non ci stupisce abbia un bel caratterino. Però quando, in tempi recenti, mi è capitato di incontrarlo alla presentazione della saga animata legata al libro da lui scritto sui Minimei, non nascondo mi abbia infastidita quella boriosità che accompagnava la figura pubblica.

Vedere una pellicola da lui diretta, a cui ha dedicato molti anni, su un tema che è al contempo storico-biografico, attuale e tanto diverso da quanto ci ha abituati, mi ha sia stupita sia fatto entrare in sala con alcune perplessità, soprattutto quando ho scoperto che la durata del film non fosse per nulla esigua. Mi aspettavo una dovizia di particolari superiore alla media, quasi un’ossessione per la perfezione, e che la narrazione degli eventi fosse pervasa dalla passione e… non mi sbagliavo (!) però la linea mantenuta è stata decisamente più sobria di quanto potessi prevedere.

La dedizione alla causa è palese sin dalle prime inquadrature, la presenza di Besson dietro la macchina da presa pure: il suo stile, la fotografia a lui cara, molto calda anzi rovente, l’intensità della recitazione degli attori che non si risparmiano mai (altrimenti, immagino, non avrebbero deciso di indossare questi panni), e la volontà di realizzare un’opera più che perfetta, la cui maniacale attività di ricerca ci viene implicitamente confermata quando apprendiamo che la stesura definitiva ha richiesto tre anni di lavoro, si palesano sin dalle prime inquadrature.

Parlare e soprattutto proporre ad un pubblico a cui il nome Aung San Suu Kyi non dice molto e che a mala pena sa posizionare la Birmania (o Myanmar che dir si voglia) su una cartina geografica, sembra davvero una follia! La pellicola, infatti, cerca di raccontare, nel modo più verosimile possibile, le vicende che hanno portato questa riservata signora a divenire l’eroina nazionale birmana, insignita con il premio Nobel per la pace nel 1991, nota come l’orchidea d’acciaio per aver lottato pacificamente per la libertà e la democrazia di un paese che pare tra i più distanti da questi concetti ancora presenti sul globo.

È la storia di una grande donna dall’aspetto esile e fragile, ma dall’animo e dalla fiducia incrollabili. La parte più romanzata probabilmente è proprio quella dedicata al lato umano che però ha il pregio di rendere quest’opera un film, senza mai scivolare nel lungo documentario, un genere decisamente non voluto sia al di qua che al di là dello schermo. Scommessa vinta posto che, per tutte le oltre due ore di pellicola, non è mai sorto a nessuno in sala il dubbio di cosa stessero proiettando.

La curiosità è molta, la storia evolve rapidamente (nonostante nella parte finale mostri alcuni segni di cedimento), anche perché vi è davvero tanto da raccontare, e l’attenzione viene mantenuta per tutto il tempo: avvincente, incredibile e tenace sono i tre aggettivi che affiorano nella nostra mente mentre scorrono i titoli di coda di un’opera non perfetta ma che non vogliamo demolire. Perché  è chiaro che dietro i banchi di scuola o ai Tg la notizia sia scivolata via quasi in sordina e ora, senza voler accusare nessuno, ci rendiamo  però conto che il nostro unico contributo debba essere parlarne, scriverne e mai dimenticare.

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