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Libri persi e ritrovati: POE di Dino Battaglia

Mi sono fatta una regalo, una piccolissima follia: ho speso 19 euro per un libro di 88 pagine, ma sapevo che ne sarebbe valsa la pena. Quando ha citofonato il corriere ero emozionata, aprendo il pacco mi sentivo come una bambina la mattina di Natale: ora avevo finalmente fra le mani una copia di POE – 8 racconti illustrati da Dino Battaglia.

Editi dalla meritoria casa Il Grifo, sono Re peste (1968) – La caduta della casa degli Usher (1969) – Lady Ligeia (1969) – Hop Frog (1971) –  La scommessa (1972) – La maschera della Morte Rossa (1972) – Il sistema del dott Catrame e del proff Piuma (1979) – La straordinaria avventura di Hans Pfall (1981).

I primi sei li ricordavo bene, li avevo letti e riletti.

Ho imparato ad apprezzare ed amare i disegni di Dino Battaglia quando ero una ragazzina, e leggevo le sue storie a puntate prima sul Corriere dei Piccoli, poi su Linus e Alter. “Da grande” l’ho seguito su Corto Maltese e poi, non so perché, ho abbandonato la lettura dei fumetti. Li ho come dimenticati.

La mia memoria è stata stimolata dalla visione di un discreto film dedicato agli ultimi giorni di vita di Poe: di colpo mi sono tornate in mente Lady Ligeia e le sensazioni provate la prima volta che l’ho letto. Avevo 12 anni; durante le vacanze, frugando nella biblioteca del nonno, ricca di antiquate collezioni di libri d’avventura (Jack London, Rafael Sabatini, Zane Grey, James Curwood) che per anni hanno nutrito le mie estati di bambina solitaria, avevo scovato una raccolta di racconti di Edgar Allan Poe. Non mi avevano particolarmente entusiasmato: li avevo trovati eccessivi, sensazionalistici, granguignoleschi, insomma decisamente troppo pulp per i miei gusti. Ma Lady Ligeia mi aveva toccato il cuore.

Alcuni mesi dopo era uscita la versione di Dino Battaglia, e leggendola quella stessa emozione si era rinnovata e accresciuta; la stessa che provo oggi, grazie a quelle ombre, a quei nettissimi tratti di china, a quei bianchi e neri a volte sfumati e a volte densi, spesso agghiaccianti, capaci di esprimere fino in fondo l’inquietudine delle atmosfere e della poetica di Edgar Allan Poe.

Allora li chiamavo fumetti, oggi più correttamente graphic novel ma sono veri, piccoli capolavori.

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