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Sister: un’opera azzurra

Orso d’Argento Speciale alla Berlinale 2012, “Sister” è la nuova opera di Ursula Meier, talentuosa filmaker franco-svizzera al suo secondo lungometraggio. Una pellicola priva di melodrammi, essenziale, fredda come la montagna in cui è ambientata che ci racconta la storia di Simon, un bambino privato dell’infanzia, e di Louise, colei che dipende da lui.

La stella in ascesa Léa Seidoux, quasi irriconoscibile per quanto sciatta e mal messa, terribilmente credibile nei panni di una giovane irresponsabile che pare sprovvista di una coscienza, non riesce a rubare la scena al giovanissimo protagonista. Lo spettatore rimarrà infatti colpito, sin dalle prime inquadrature, dalla trama, dal taglio (supportato da una coerente fotografia) ma soprattutto dall’abilità recitativa del giovane Kacey Mottent Klein, sul quale la camera è puntata per la quasi totalità delle due ore del film.

Su una delle tante montagne che non fanno sconti, impietose, fredde, che non abbracceranno mai nessuno (al massimo lo travolgeranno al solo scopo di sotterrrarlo), si svolge la routine quotidiana del gracile ma determinato Simon che trascorre ogni giorno non tra i banchi bensì recandosi sulle piste da sci dove, dopo aver metodicamente scelto gli oggetti smerciabili, procede nella loro sottrazione ai legittimi proprietari per poi rivenderli. Perché oltre a sapere oramai riconoscere ciò che possiede un valore ed un mercato, il piccolo ha acquisito una credibilità ed è riuscito a costruirsi un vero e proprio giro di affari.

Il motivo è presto chiaro, l’unico a sostenere la “famiglia” è proprio colui che in teoria dipenderebbe da Louise, la sorella molto più grande ma terribilmente più irresponsabile. Una realtà, questa, ben più diffusa di quanto si voglia ammettere, fatta di famiglie allo sbando e bambini che debbono crescere rinunciando ad una infanzia perché con impressionante dedizione si occupano di chi dovrebbe provvedere a loro.

Affetti da un forte deficit affettivo, credendo che il denaro sia la soluzione a tutti problemi (non solo economici!), sperando di riuscire ad ottenere un giorno la vita a cui avrebbero avuto diritto da sempre, Simon appartiene a quella schiera di piccoli criminali forti, adulti e determinati grazie ad un istinto di sopravvivenza che in noialtri pare del tutto assopito. Di fatto senza una alternativa, con un orizzonte piatto e grigio e soprattutto con un expertise poco rivendibile, ogni tentativo di tornare sulla retta via sembra impraticabile.

Simon non ci fa pietà così come non ci innervosisce, non solletica il nostro istinto di protezione e non  versiamo lacrime, ci lascia di stucco. La situazione è così disarmante da riuscire a farci immedesimare nonostante la differenza di età e chiaramente percepiamo che egli stia facendo del proprio meglio.

Microcriminalità e minori sono temi importanti e di difficile approccio, Ursula Meier invece pare aver acquisito un autocontrollo encomiabile riuscendo a proporci un film che non fa sconti e che riproduce con una fedeltà agghiacciante l’abbandono, il degrado e la sofferenza di molti giovani, anzi giovanissimi, che sono intorno a noi ma rimangono nascosti ai nostri occhi.

Un film diverso, forse un po’ nordico, ed un talento che è sulla buona strada per crescere.

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