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Venezia 2012 – Evento speciale: La Nave Dolce

foto di Vittorio Arcieri

Sentiamo la parola documentario e, nell’ordine, visualizziamo un comodo divano, la copertina preferita, magari un caminetto e concentrandoci possiamo sentire pure l’abbraccio di Morfeo. Ci dicono viaggio della speranza e possiamo scegliere tra migliaia di immagini di clandestini in arrivo sulle coste sicule o pugliesi, ammassati su barche che non comprendiamo come riescano ad infrangere ogni legge fisica pur di rimanere a galla. Lo sbarco dei 20.000 a coloro nati dopo il 1980 non dirà molto, anzi nulla, a meno che (forse) non siano cresciuti a Bari (al massimo Brindisi).

E’ un pezzo della nostra storia, un accadimento unico e speriamo irripetibile, io lo ricordo, o meglio, l’immagine di quella nave è difficile da dimenticare. A prima vista, attraverso il piccolo schermo della televisione ancora col tubo catodico, pareva il modellino di un peschereccio ricoperto da formiche. Invece no, quella era una vera imbarcazione con migliaia di persone come noi a bordo (quasi ventimila, una città!) dopo che una mattina qualunque si era presentata la più inaspettata delle opportunità. Così assiepati ovunque, silenti, aggrappati ad una speranza, confidando in una vita migliore, senza regime, senza paura, potendo scegliere e sorridere una marea di albanesi si sono diretti verso le nostre coste.

foto di Nicola Amato

Chissà se il sogno di quella popolazione assiepata sulla Vlora si è davvero realizzato. Daniele Vicari ci racconta la storia e lo fa con un documentario particolare, montato e reso intrigante come fosse un film. Ed in effetti dura quanto un lungometraggio, lo percepiamo come tale, anche se il regista non trascura i fatti e rimane coerente sino alla chiusura. Ci mostra interviste non solo a persone che su quella nave sono salite per poi combattere per la sopravvivenza in un nostro stadio, ma sentiamo pure le esperienze di coloro che si trovarono quella mattina del mese di agosto a dover fronteggiare una situazione irreale: una città, che parlava una lingua straniera, nel proprio porto!

Dopo “Diaz”, l’autore cambia registro e riesce comunque ad incuriosirci, intrattenerci ed emozionarci. Ci offre un documento, dedicato ad un evento che stava scivolando nell’oblio, con classe: nulla è urlato, non c’è voglia di sensazionalismo (solo interviste alternate ad immagini dell’epoca), nessuno strazio attraverso fotogrammi che ci impediranno di digerire nelle ore a seguire e scordatevi la caccia alle streghe. A parlare sono gli eloquenti sguardi, i sospiri e le voci dei veri protagonisti, basta un fotogramma, l’immagine di un poliziotto palesemente impotente o quella di un sorridente ragazzo malnutrito che si tuffa in porto per sfuggire al solleone, per farci sentire un po’ di quel caldo, della sete, la fame ma soprattutto per avvertire la speranza di persone che, pur di lasciarsi alle spalle l’angosciante realtà di casa, hanno sfidato gli Dei.

Rinfreschiamo gli eventi, scopriamo alcuni aneddoti, scuotiamo la testa, umanamente siamo toccati, non proviamo senso di colpa né pietà: nessuno vuole togliere la dignità o puntare il dito verso alcuni e questo è sicuramente l’elemento vincente di un filmato che è riuscito a rendere avventuroso, avvincente e disarmante un pezzo della recente storia. Daniele Vicari è sicuro di sé e unico nel suo genere. Se dopo avermi infastidita con “Diaz” è riuscito a farmi capitolare con “La nave dolce”, allora questo documentario merita la promozione a pieni voti!

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