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Da Cannes 2012 ai nostri cinema: Woody Allen A Documentary

Lo scritto che segue è nato durante il mese di maggio mentre ero al Festival di Cannes 2012. Ho scelto di attendere che il documentario avesse una data certa di approdo nelle nostre sale prima di condividere i miei pensieri con voi 🙂

E la tradizione continua… primo giorno di Festival e non sarebbe tale senza la presenza (per lo meno sullo schermo) di lui, Woody Allen, nonostante quest’anno abbia presentato il suo nuovo film in altro lido. Lo troviamo quindi in una sezione insolita, Cannes Classics, con indosso inconsueti abiti: ci accoglie, infatti, in casa propria e ci racconta la storia di un successo non proprio annunciato attraverso cimeli, fotografie, ritagli di giornali ed i primi filmati. Un viaggio nella valle dei ricordi di una persona che non ha per nulla intenzione di mollare il colpo o di trasformare il proprio racconto in uno scoop da giornaletto rosa.

Lo schema non si discosta dal classico documentario di quelle soporifere reti a cui ci affidiamo disperatamente quando l’insonnia ci attanaglia, anzi, probabilmente complice l’argomento, non ci pare di essere sintonizzati su Discovery o altro canale concorrente. Il ritmo è sostenuto, cadenzato da battute, da divertenti spezzoni dei suoi più noti lungometraggi e da aneddoti e filmini (dietro le quinte e sketch) che ci sono sempre sfuggiti.

Il punto di partenza è l’infanzia, conosciamo il quartiere, sentiamo le voci degli attori che per anni hanno condiviso con lui un set, scopriamo che è stato il cabaret ad aprire le porte del successo ad una persona che – ironicamente – non aveva una gran presenza scenica. Vengono intervistati molti volti noti (e non) al grande pubblico e tutti ricordano ancora gli inizi e che sia stata una gran sorpresa, ma molto coerente con gli esordi, ritrovarsi oggi a gestire un successo planetario degno dei blockbuster movie.

In questo viaggio, si nota subito l’attenzione e la totale protezione per la famiglia e gli affetti più cari: si parla solo di ciò che ci è da sempre noto, nulla in più ci viene concesso, nessun gossip. Si menziona la separazione da Mia Farrow perché avrebbe stonato il contrario, ma, di nuovo, non si va oltre quanto i giornali avessere già reso pubblico. Non vi è davvero spazio a dichiarazioni lava/infanga-coscienza e si focalizza esclusivamente sulla crescita ed il processo creativo del genio che è passato rapidamente da un palcoscenico cittadino alla macchina da presa per regalarci le geniali pellicole che tutti conosciamo.

Ammettiamo che ci ha inizialmente stupiti che una persona così rigorosa, costante e che non non ha mai permesso agli articoli apparsi sui giornali (fossero stroncature alle sue opere o alle sue scelte private) di influenzarla, si sia prestata a divenire protagonista di un documentario dedicato alla sua carriera, ma dobbiamo altresì ammettere che le primavere sulle sue spalle si avvertano nelle battute dei suoi piĂą recenti film e possano aver influenzato un’apertura, la voglia di lasciare qualcosa ai posteri, soprattutto se confezionato da uno stimato collega e amico.

Nonostante la filmografia di Woody Allen comprenda oltre quaranta opere (la scelta di cosa escludere da questo documentario non deve essere stata semplice!), il genio creativo pare inarrestabile: ogni anno con precisione vede la luce un nuovo film che esplora l’essere umano e sdrammatizza sui dolori del vivere quotidiano. E, mentre il documentario è alle battute finali, realizziamo che siamo di fronte ad un regista che, malgrado abbia superato i 70 anni, continua a creare non per un pubblico di affezionatissimi, anzi… col cambio di millennio fa il pienone conquistandosi sempre la sala piĂą grande del cinema sebbene le sue pellicole siano sprovviste d’inseguimenti, fanta-mostri e di effetti 3D molto fastidiosi per noi quattrocchi. Chapeau!

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